I Classici: l’Ombra di Nosferatu sul cinema contemporaneo


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Dov’è la (di)visione in Nosferatu? Perchè analizzare un lavoro del genere oggi, bombardati come siamo da immagini in HD e 3D?
Gli spunti di riflessione sono tanti, milioni, perché ad ogni (nuova) visione questo film svela strani meccanismi metaforici e tecnici. Visto oggi Nosferatu è un enorme saggio sul cinema delle origini, sulla credibilità dell’incredibile, sulla sonorizzazione (in immagini e senza suono) della paura. Ma andiamo per passi. Piccoli. Come quelli del conte Orlok: la storia di Nosferatu è la prima storia dei problemi dei diritti d’autore e della trasposizione filmica di un’opera letteraria, il povero Murnau non ottenne i diritti per Dracula e sceneggiò lo stesso il capolavoro di Stoker, cambiando nome ad alcuni personaggi. Murnau è il primo espressionista tedesco a capire l’importanza del girare in esterna dopo Il gabinetto del dottor Caligari. Murnau sceglie luoghi “reali” per la storia più (ir)reale della letteratura. Un esempio della portata di questa piccola rivoluzione è nel film L’ombra del vampiro di E.Elias Merhige, con John Malkovich nel ruolo di Murnau e Willem Dafoe in quello di Max Schrek/conte Orlock. Al di là della trama, il film è il “backstage” del film del ’22. La difficoltà di spostarsi, la reticenza degli attori che erano abituati con riflettori e trucco, gli enormi spazi. Accoppiare la visione di questi due lavori è d’obbligo per comprendere l’enorme portata della lezione di cinema di Murnau. Un altro punto interessante in Nosferatu è sul suono. I film dell’epoca viaggiavano con spartiti che dovevano essere suonati dall’orchestrina di turno o su rulli prestampati che venivano inseriti in una sorta di carillon. Ascoltando le colonne sonore create (recentemente) ad hoc per il film, si ci chiede come sia riuscito Murnau a rendere talmente “tangibile” la paura, il buio, l’atmosfera senza pensare all’audio.
Ecco allora ancora una prova della straordinarietà di questo lavoro: rendere tangibile ciò che non ascoltiamo, con i negativi che riprendono la galoppata nella foresta, con le camere fisse sugli sguardi spaventati degli attori, sulla straordinarietà degli esterni, la loro resa attraverso scale cromatiche diverse (il blu e il rosso) e l’incredibilità resa dall’attore che interpreta il conte Orlock. L’occhio ha il sopravvento, ma viaggia separato dall’udito; la traccia audio ci accompagna, ma non ci imprigiona. Verrebbe da chiedersi, perché non togliere le didascalie e inserire l’audio direttamente sul labiale degli attori? E inserire una voce narrante nelle riprese? Saremmo capaci di un’operazione del genere e ridare vita al mito/muto di Murnau creando nuovi orizzonti di senso? Nosferatu è, comunque, il punto di partenza dell’enorme filone che il cinema ha dedicato alla figura del vampiro, il non-morto per eccellenza. E ancora, quanta carica erotica soggiace sotto la inquietante sequenza del “bacio” finale tra il conte e la povera protagonista? Come mai questa figura riesce ad avere ancora tanto fascino sullo spettatore? Nosferatu esce dall’ombra, lento, immobile, cadaverico. Il cinema è ombra e luce, all’inizio considerato “porta” tra il nostro mondo e l’aldilà. Lo spettatore può restare come il giovane Hutter stupito e impaurito da ciò che vede, non credendoci, scappando di fronte alla sua rivelazione di “inganno” (la scena dello scoperchiamento della bara). Nosferatu ha “fame” di spettatori, ha fame “dello” spettatore. La sua ombra che si allunga lungo la scalinata è il cinema che fagocita chi guarda, chi “dorme” il sonno dello spettatore. Ma alla fine il vampiro muore: il cinema non è il reale, non può “succhiarci” il sangue, non può immergerci totalmente nell’inganno. Nel remake di Herzog (1979) si compie un passo in più: lo spettatore si tramuta in ciò che vede, Harker diventa un vampiro. C’è la totale immersione, la totale sospensione dell’incredulità mai vista. Eccola l’attualità di Nosferatu, eccola la portata di un film realizzato quando i film erano passione, un credo, voglia di stupire, artigianato, impegno. Ecco la vera (di)visione di Nosferatu: essere ancora immagine del cinema di oggi, fermo immagine della questione “cinema-spettatore” che si sta frantumando sotto lo scudo dell’ invisibilità del set e degli attori, il suo rimanere un enorme, e soprattutto, (capo)lavoro.



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