L’umanità sgretolata alla paura del Contagio(n) di Soderbergh

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Essere contagiati tramite “contatto” (un abbraccio ad esempio) è una delle fobie del nuovo millennio. In quanti girano con gel igienizzante a portata di mano usandolo alla prima occasione?
Dalla paura del contagio mondiale scatenato da recenti malattie globali, nasce Contagion, nuovo film di Steven Soderbergh, presentato fuori concorso alla 68° mostra del cinema di Venezia. La forza, anche se minima, del nuovo film del regista di Traffic, non sta tanto nel cast stellare (tentativo, fallito, di eguagliare la messa in scena di un gruppo di star come in Ocean’s eleven), con la (povera) fedigrafa Gwyneth Paltrow che muore dopo pochi minuti con la bava alla bocca, Matt Damon, marito e padre fin troppo premuroso ma totalmente intontito e inespressivo, Kate Winslet dottoressa mandata a far fronte all’epidemia, che muore (anche lei) a metà film; né nella trama che in fondo è un plot già sentito di virus apocalittici (ricordiamo Virus letale con Dustin Hoffman o 28 giorni dopo dove un’epidemia di rabbia trasforma gli esseri umani in [simil]zombie) e non sta nemmeno nella sceneggiatura di Scott Z. Burns (già al lavoro in The Informant), piatta, che arranca per tutto il film senza trovare modo di risalire. La forza, si accennava, sta nel suo essere testimonianza della nostra impreparazione di fronte a un evento epidemico di portata mondiale: la potenza con cui il virus si diffonde e la poca considerazione dei cosiddetti agenti indiretti (“Una persona si tocca il viso in media dai 3 a 5 volte al minuto, nel frattempo tocca maniglie rubinetti e altre persone…”) sono interessanti spunti di riflessione.
La stessa natura del film si presenta come un enorme virus: si esplica lentamente, ramificandosi, lasciando la sua forza solo negli ultimi 20 minuti, dove dominano il caos, l’assalto ai negozi, le piccole bande di criminali, l’ homini lupus (anche se i protagonisti, poi, vivono in una sorta di realtà ovattata, dove c’è sempre la corrente elettrica, l’acqua, la linea telefonica). Ma questa sua natura interconnettiva è anche il punto di cedimento più forte: il tentativo di raccontare tutti/o, le tante storie che si intrecciano, di fare un film corale svanisce sotto i colpi della confusione. Eventi privati, attentati batteriologici, la stessa vicenda della affascinante Marion Cotillard (forse tentativo di spostare il tutto sul versante USA vs Oriente) diventano solo un pretesto per dare più minuti al film. Ottima la prova del duo Jude Law (giornalista freelance, che cerca in tutti i modi di screditare il lavoro del governo) e Laurence Fishburne (al capo del centro mondiale di sanità), che rappresentano le due facce (marce) dell’America. Di fronte alla catastrofe entrambi penseranno prima di tutto ai propri interessi e ai propri cari, abbandonando la propria funzione sociale. Il finale, a raccontare il mini esodo del virus, mostra come l’uomo è sempre pronto a costruire castelli (di paura e) di congetture, ma non può nulla contro la forza del Caso. La paura, usciti dalla sala, di salutare gli amici o bere un drink al bar da un bicchiere passato per chissà quali labbra, rimane forte. Nessuno è immune dalla paura.

 

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