Ci vuole poco per arrivare alla Luna: parola di Iron Sky

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2018:  l’America ha un presidente donna e i nazisti del (quarto!) Reich sopravvivono sulla Luna, in attesa di sferrare un attacco. L’arrivo sul satellite di una fallita missione americana, dà l’opportunità ai tedeschi di partire per gli USA e distruggere la nazione che li portò alla rovina.



Partiamo dal presupposto che ci vuole coraggio a mettere su un film come Iron Sky, con una trama da leggenda metropolitana, “solo” per divertirsi. E il divertimento (in realtà la satira), in fondo, c’è, ma è nascosto tra le pieghe di una pellicola non solo diretta male, ma anche interpretata in maniera pessima (l’unico una spanna sugli altri è Udo Kier, leggenda del cinema tedesco, qui nei panni del “nuovo” Führer) e con effetti speciali che sembrano provenire da videogame di serie Z. Il divertimento, come si accennava, sta nell’intelligente e ben scritta sceneggiatura di Michael Kalesniko, che prende di mira la politica e la società americana, arrivando ad invertire ruoli storici, fino a rendere i Nazisti delle “vittime” della furia americana; il presidente degli States è (per la prima volta) una donna, con chiaro riferimento a Sarah Palin, che spedisce nello spazio un uomo di colore al motto obamiano di “Yes, SHE can!”.
L’impressione è quella di trovarsi davanti un enorme calderone di cose già viste e, forse per seguire lo stesso meccanismo della parodia, anche organizzate male, in cui appaiono, evidenti le influenze e gli omaggi: la violenza dei “bastardi” tarantiniani; i nazisti che abitano dalla parte buia della Luna, The Dark Side of The Moon (ribadito spesso nella pellicola in lingua originale); la fotografia in seppia/grigio di film come Sky Captain and the World of Tomorrow o Sin City; la Cavalcata delle Valchirie che risuona durante l’attacco spaziale USA (Coppola è dietro l’angolo) e la macchina da guerra segreta dei nazisti che in realtà si chiama Götterdämmerung, sempre da Wagner (la sua opera Il crepuscolo degli Dei); la protagonista (una inespressiva Julia Dietze) che va a vedere (con il sopravvissuto/eroe della spedizione che si chiama Washington) The Great Dictator,  proiettato in un cinemino periferico chiamato Vertov; invasioni spaziali che fanno l’occhiolino a Star Wars. Il tutto condito con una grossa influenza steampunk e pop dall’anonimo regista, Timo Vuorensola, passato ai fasti per due episodi della saga parodistica Star Wreck e che sembra avere le idee chiare sul nazismo/parodia, visto che sta già preparando I Killed Adolf Hitler per il 2014. Oltre alla satira il messaggio sociale è forte: che anche l’America stia diventando un totalitarismo? La svastica diventa un simbolo politico, gli stessi ideali hitleriani rifilati agli americani: quanto può influire sul pensiero sociale la forza dei mezzi di comunicazione sempre più nelle mani della politica? Insieme allo schiaffo satirico, nota a parte per la colonna sonora, curata dal gruppo sloveno dei Laibach. Non solo reinterpretano brani della tradizione classica tedesca, ma si inventano un  sofisticato mix di elettronica sperimentale, che trova in America, brano che chiude il film, l’esempio più coinvolgente, mentre un’inquadratura si allontana dalla Terra che viene puntellata di piccoli puntini bianchi (missili in realtà), enfatizzati dal singolo suono di tasti di pianoforte (e i potenti se le danno di santa ragione in un impedibile slow motion). L’ultimo omaggio (a Kubrick) di un piccolo gioiellino satirico che saprà fare del marketing, il suo tassello vincente. Cult pronto all’uso.

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