Buried: il terrore più forte, metafora dell’America

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Un uomo si risveglia in una bara. Ha con sé un cellulare e qualche altro oggetto. Dovrà cercare aiuto prima che finisca l’aria, ma, lentamente, scoprirà di essere solo un piccolo e fastidioso ingranaggio in un meccanismo ben più complicato.
Non è l’incubo più “sentito” di tutti quello di essere sepolti vivi? Edgar Allan Poe ne era ossessionato, fino a trarne spunto per numerosi racconti e, sicuramente, lo scrittore americano è l’incipit principale per il regista Rodrigo Cortès, che, con il suo Buried-Sepolto, decide di raccontare il terrore più forte dei nostri tempi, utilizzando una tecnica non meno raccapricciante, provare a girare un film tutto in un unico ambiente: una bara. Sembrava operazione impossibile: Hitchcock raggiunse il miglior risultato con Acqua alla gola, dove, tramite raccordi giocati sul nero, riusciamo ad avere l’impressione che tutto si svolga in una sola stanza e senza rotture temporali, cronologicamente (diremmo, tecnicamente, in piano-sequenza) ininterrotta. L’operazione di Cortès  non è da meno: solo che se ci sono scarti temporali tra un “evento” e l’altro (fatti di lunghi, angosciosi secondi), l’ambiente non è più una comoda stanza d’appartamento di un grattacielo, ma quattro assi malandate di legno. I primi secondi di buio totale col protagonista che piange affannosamente sono eccezionali, di una claustrofobia unica, così come l’utilizzo della macchina da presa come creatrice di spazi: il regista riesce a raccontare un “mondo bara” immenso (da brividi l’inquadratura che dal basso sale verso l’alto a inglobare tutto l’ambiente e il protagonista), esplorabile in mille direzioni, senza punti cardinali fissi, disorientando completamente lo spettatore. Cortès crea spazi quadridimensionali sconfinati, riuscendo a raccontare un luogo “mai vissuto” perché “sempre morto”, insondabile in quanto luogo solo di morte, silenzio, buio, frutto soprattutto di una direzione della fotografia sopra le righe, opera del talentuoso Eduard Grau, già all’opera nel sorprendente A Single Man di Tom Ford. La telecamera è sempre puntata sul volto di Ryan Reynolds, in forma stupenda, il perfetto uomo medio americano, che non vuole guai, vuole solo salvare la pelle e tornare a casa, che mette in “scena” una sceneggiatura perfetta, scricchiolante solo in alcuni, piccoli punti, ad opera Chris Sparling, qui alla sua prima prova importante.
La tematica metaforica del “ritorno a casa” è l’operazione più riuscita del film: infatti, ciò che può sembrare un (quasi) riuscito esercizio di stile, diventa mezzo per fare cinema di denuncia. Non si vede la guerra, ma entra in tutti i respiri del protagonista; non si vedono i nemici, ma sono loro la causa del seppellimento. Un film sulla guerra in Afghanistan che mostra come questa sia un conflitto fatto di telefoni cellulari, connessioni, burocrazie e rari (impossibili) miracoli. La sabbia che scende, nel finale, sul viso del protagonista, sono le macerie che cadono sull’America intera, che lentamente, chiusa in un’ideologia dalla quale non riesce a uscire, granello dopo granello, morte dopo morte, attentato dopo attentato, sprofonda nell’orrore delle morti di tante giovani (e a volte nascoste e sconosciute) vite. Tranne alcuni momenti in cui il film rischia di cadere (il serpente, la facilità con cui il protagonista riesce a cambiare l’opzione del telefono passando da lingua araba a inglese), Buried-Sepolto riesce a tenerci incollati allo schermo senza farci quasi respirare, squarciando il buio con solo la fiammella di un accendino o la luce, opaca, di un display e spingendoci verso un finale da purissimo capolavoro.



 

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