Gravity: quel vagare violento nello Spazio (del Cinema)

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L’astronauta Ryan Stone è nello spazio in una missione speciale, insieme al veterano Matt Kowalsky, al suo ultimo viaggio senza gravità. Uno sciame di detriti distrugge il loro shuttle e tutto l’equipaggio, lasciando vivi solo Ryan e Matt. Dopo un breve vagare con il suo collega, la donna resterà alla deriva nello spazio, costretta a far di tutto pur di raggiungere la sua (amata) Terra.

Sono passati sette lunghi anni dal convincente I figli degli uomini, film (social)fantascientifico in cui l’umanità aveva smesso di fare figli in maniera naturale e un ex agente dei servizi segreti doveva proteggere, a tutti i costi, una donna di colore, rimasta incinta. L’ultima speranza per l’umanità. Da quella stessa speranza, forse, (ri)parte il nuovo lavoro di Alfonso Cuarón, Gravity, presentato, con ottimi esiti, all’ultima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Innanzitutto, Gravity è un film che ha dalla sua parte una componente visiva adrenalinica e “antigravitazione” straordinaria, dovuta all’ottimo lavoro svolto dalla casa di effetti visivi della Framestore (gli stessi de Il cavaliere oscuro), a un lavoro eccellente al suono (curato da Steven Price) e da una regia e un montaggio (a opera dello stesso Cuarón, che qui inoltre coproduce) che sfidano l’autorialità e tutte le percezioni di chi guarda. Pensato, e cosa più interessante, girato, interamente per la proiezione in 3D, per spiazzare visivamente, ed esteticamente, la concezione spettatoriale dello Spazio. Non esistono più un alto e un basso, un solo punto cardinale che sia fisso, un dentro e un fuori (favolosi i passaggi dallo spazio [senza suoni], al dentro [respiro, vita] della tuta della protagonista]). La dimostrazione di questo effetto “stordente” sta nel piano sequenza (geniale) che apre il film: quasi quindici minuti di cinema continuo, dove ogni punto di riferimento (visivo, spaziale e forse anche narrativo) si perde nel flusso delle immagini, che sembrano girare su se stesse, perdersi nell’infinito visivo dello spazio. Questi i punti di partenza principali dei percorsi metaforici che si diramano, più visivamente, per tutto il film: innanzitutto la riflessione sulla potenza della Computer Graphic e la possibilità, enorme, di non avere più limiti spaziali o temporali, ma solo narrativi: non c’è più limite alla fantasia sfrenata del regista, che può cercare, in ogni punto, il “suo” punto di vista e a tratti farsi beffe di tutte le regole “tecniche” della regia cinematografica.

Passaggio reso poi ancora più significativo dall’uso mirato del 3D e da inquadrature perfette, come quella dell’astronauta che precipita nel vuoto: un precipitare nell’abisso della nuove dimensione cinematografica. Un taglio netto col nuovo cinema. Un cinema nascente, così come il percorso narrativo di Cuarón, che (nonostante i sette anni) qui si unisce al precedente lavoro con un fil rouge evidente: sono (sempre e solo) donne le protagoniste assolute delle sue pellicole, che, da sole e puntando sulle loro forze (e la loro intelligenza), salvano il destino dell’umanità (totale o personale poco conta). Il riferimento è chiarissimo (e richiama la questione della nascita/maternità) proprio attraverso l’inquadratura in cui  Sandra Bullock (protagonista non perfetta della pellicola, insieme a un sempre ironico ed istrionico George Clooney nei panni di Kowalsky), entrata finalmente nella stazione orbitante dopo l’incidente, si “addormenta”, in assenza di gravità, assumendo la posizione di un feto nel ventre di una Madre (con tanto di cavi dell’aria a riferimento del cordone ombelicale). Figli/e delle macchine o schiavi di esse, torniamo al contatto “vero”, quello “terreno”, dove una donna/Eva, “caduta” dallo Spazio (o nata dalle acque se vogliamo e che porta un nome maschile) incespica sulla sabbia bagnata, facendo i primi passi, incerti, verso il Futuro. Definito da James Cameron come “il miglior film sullo spazio mai realizzato” e inserito da Quentin Tarantino tra i migliori film dell’anno, Gravity resta un film visivamente, esteticamente e metaforicamente validissimo, grazie soprattutto al lavoro alla fotografia di Emmanuel Lubezki (già in I figli degli uomini e in un film come The Tree of Life), ma che perde forza nell’ultima parte, 20 minuti circa, dove il regista cede all’essere fin troppo commerciale e prevedibile. Forse è questa una delle poche, ma maggiori, pecche del film: la sceneggiatura, scritta come il soggetto, dal regista stesso e dal figlio Jonás, diventa unicamente motivo per “mostrare” e poco attuativo, momento per risolvere un plot avviato in maniera geniale. La stessa fine, probabilmente, che aveva fatto il recente Pacific Rim, ma, forse, con maggiore consapevolezza. Ma questo finire sul film “facile” e prevedibile, può far parte della riflessione accennata all’inizio sul cinema e tradizione? L’innovazione all’incipit e il ritorno al cinema “spaziale” classico nel finale (perché di quello si tratta)? Fosse solo per farne un paragone? Gravity resta, comunque, tra i titoli dell’anno, per quella incredibile, disturbante, convincente visione dell’abisso (del Cinema). All’uscita il senso di stordimento e di mancanza di terra sotto i piedi è forte.

Potrete vedere Gravity, in queste sale:

-NAPOLI

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Modernissimo

Plaza Multisala

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASORIA

Uci Cinemas

CASTELLAMMARE DI STABIA

Complesso Stabia Hall

-POZZUOLI

Multisala Sofia

-SORRENTO

Armida

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

Apollo

GRAVITY

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