Se sposti un posto a tavola: una riuscita commedia “matrimoniale”

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Una sposa e un uomo in abito da cerimonia si lasciano andare alle loro passioni su uno dei tanti tavoli nuziali, prima della cerimonia. In realtà l’uomo non è lo sposo, ma l’ex compagno della ragazza, invitato alle nozze. Consumato l’amplesso, lei scappa dal neo (ormai già ex) marito, lui, invece, è costretto a riordinare i segnaposto che sono caduti dal tavolo: oltre al suo di posto dovrà riposizionare quelli di molti suoi conoscenti o di perfetti estranei. Ha in mano il “futuro” delle loro relazioni: si svilupperanno, così, nella mente del giovane, i possibili futuri che un mescolamento (e  non) dei segnaposto potrebbe comportare.

A parte il titolo (l’originale è leggermente più evocativo e significante: Plan de table), che i furbastri del marketing italiano hanno appioppato a questa commedia francese (del 2012 arrivata con un po’ di ritardo sui nostri schermi) con la speranza che ci facesse tornare a mente la ben più scritta e strutturata commedia musicale di Garinei e Giovannini, Se sposti un posto a tavola ha alcuni interessanti aspetti positivi dalla sua parte. Nonostante gli svariati tentativi, incitati nel trailer, di accomunarlo al più complesso Sliding Doors, il primo film della francese Christelle Raynal (che si autodirige anche in un piccolo cameo, regalandosi una spassosa particina) riflette sì sul Destino, sulla Scelta, ma in maniera meno riuscita del film con Gwyneth Paltrow. Maggiormente, infatti, la pellicola si inscrive in quel filone che potremmo classificare (in maniera, chissà, forse inedita) come “film matrimoniali”. Filone capeggiato dall’irresistibile Quattro matrimoni e un funerale (a tratti anche omaggiato) e da altri lavori conditi con meno “british humour” come Le amiche della sposa o Due single a nozze. Da questo punto di vista Se sposti un posto a tavola, tratto da un soggetto di Francis Nief (riadattato per lo schermo, oltre che da Nief, dalla stessa regista), risente moltissimo del ripetersi meccanico dell’espediente narrativo (lo spostamento dei segnaposto determina lo “spostamento” dei destini di ognuno degli invitati e quindi inevitabili, ma interessanti, flashforward), diventando a tratti e nonostante la non eccessiva lunghezza, fin troppo prevedibile. Elemento, quello della prevedibilità, che proviene probabilmente dalla scrittura di Nief, autore di moltissime serie televisive (in Italia la nota Il comandante Florent), abituato ad allargare i caratteri dei personaggi alla serialità, mentre qui si ha a disposizione poco più di un’ora e mezza. Il risultato però non è cattivissimo: gli attori sono tutti in forma, creando una galleria di invitati senza un minimo di sviluppi psicologico è vero, ma con l’importante missione di riuscire a confinarsi nel loro “io” in maniera perfetta: c’è la ninfomane che vuole diventare mamma, il fotografo che cerca sogni di gloria, la sorella della sposa single a vita, lo scapestrato ex fidanzato innamorato perso, il medico (Frank Dubosc, volto noto della commedia francese, recentemente anche in Dream Team) che tradisce costantemente la moglie (anche qui la brava e convincente Elsa Zylberstein), nevrotica e oppressa dalla maniacalità del consorte. Una galleria spassosissima, che, anche se incorniciata dall’anonima fotografia da tv movie di Eric Guichard, viene diretta con un ritmo incalzante dalla Raynal (che si diverte anche a omaggiare i classici d’oltralpe e a giocare con lo spettatore, dividendo a metà lo schermo e facendo parlare i due protagonisti principali come se stessero uno di fronte all’altro, anche se si trovano in luoghi diversi) scoperchiando con bravura tutti i collegamenti e i “fantasmi negli armadi” dei protagonisti, con un meccanismo “a matrioska” che risulta sempre convincente, dando sempre uno sguardo nuovo ad ogni mini episodio e riuscendo a sorprendere ogni volta lo spettatore e mostrandoci come tutti gli invitati (alias l’umanità), nonostante la voglia di essere se stessi (o il perfetto contrario) risultiamo eternamente e (destino? Caso?) collegati. In effetti Sliding Doors risuona, ma molto in lontananza. Interessante la colonna sonora, curata da Matthieu Gonet, mai invadente, ma con una scelta curata e divertente dei brani e degli intermezzi che contornano le mille sfaccettature dei protagonisti, riuscendo a tratti ad eguagliare la regia e, in alcuni punti, superandola, comunicando ancor meglio la psicologia di un carattere. Un film, Se sposti un posto a tavola, dopotutto piacevole, forse lento, leggermente ripetitivo, ma frizzante e spiritoso, così come l’enorme umanità che tenta di dipingere (anche spingendo forse il piede sulla sessualità). Il Caso, il Destino, il libero arbitrio, sono solo (piccoli) fantasmi, anzi sono piccoli bigliettini di cartone con un nome: inutili, in certi casi, se riusciamo a capire che, come recita il protagonista, “si può sempre scegliere”. Il posto, in fondo, è inutile, allora, spostarlo.

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