The Lone Ranger: missione western (e divertimento) riuscita

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Il giovane e timido procuratore John Reid torna a casa dopo tempo. Viaggia sul mezzo di trasporto che sta cambiando l’America: un treno a vapore. Sulla stessa locomotiva viaggia, però, un noto criminale, Butch Cavendish, atteso al capolinea dal coraggioso Texas Ranger Dan, fratello di John. Ma il treno viene assalito e il criminale liberato dai suoi complici.

Durante la spedizione per ritrovare Cavendish, Dan, che ha dovuto portare con sé il fratello, viene ucciso insieme ai suoi compagni. Creduto morto, John viene salvato da un indiano, Tonto, che gli spiega che ora è diventato uno “spirito errante”, perché è riuscito a tornare dalla morte. Anche Tonto cerca Cavendish, colpevole, insieme a un complice, di avergli distrutto il villaggio natio. Tonto e John, che ora indossa una maschera per non farsi riconoscere dai suoi assalitori, decidono di partire alla ricerca del criminale, intenzionati, entrambi, a fare la “propria” giustizia; scoprendo, ben presto, che progresso e avidità umana, spesso, viaggiano a braccetto.

Squadra che vince non si cambia: così Johnny Depp e il gruppo de I Pirati dei Caraibi, tornano nelle sale, con il “farwestiano” The Lone Ranger, diretto dal collaudato Gore Verbinski. In realtà il Ranger Solitario del West è un personaggio ben noto della tradizione culturale americana: prima eroe radiofonico, poi serie televisive dalla longevità invidiabile, films (La leggenda del ranger solitario del 1981, con Christopher Lloyd), serie animate, fumetti. Insomma un personaggio avvezzo al grande schermo. Missione, quindi, ancora più difficile: fare un semplice remake o riscrivere la storia e farne, quindi, un reboot? Le due strade si sono, in realtà, incrociate, e il risultato non è mica male, anzi. The Lone Ranger, infatti, ha dalla sua moltissimi punti di forza e, forse, pochissimi “punti morti”, dovuti, probabilmente, a qualche caduta di stile della sceneggiatura (curata, così come il soggetto, dal trio Justin Haythe, Ted Elliott e Terry Rossio, anche coproduttori della pellicola), la durata (forse) eccessiva e qualche passaggio narrativo non proprio al massimo della coerenza. Per il resto però, il film convince, e non poco, restando comunque nel classico action movie: inseguimenti adrenalinici intervallati da lenti (e a volte comici e surreali) momenti di staticità, inseriti sia per ritmo, sia per portare avanti la narrazione. Dalla sua inoltre, The Lone Ranger, ha attori in forma, Johnny Depp su tutti: il suo personaggio, Tonto, entra di diritto, con il suo curioso abbigliamento e i suoi continui omaggi alla comicità “corporea” da classic comedy, nella classifica dei protagonisti indiani più simpatici del Cinema. Non è da meno Armie Hammer, nel ruolo dello scanzonato eroe protagonista (ma che rimane comunque un po’ in ombra) e gli altri comprimari, come William Fichtner nel ruolo di Cavendish, Tom Wilkinson che dà volto al suo socio e spietato uomo d’affari Latham Cole, e le belle prove di Barry Pepper (nei panni di un generale sudista identico al generale Lee) e Helena Bonham Carter (che veste i panni di una prostituta, alla quale Cavendish ha fatto perdere una gamba). In realtà il colpo di genio di questa pellicola, è, non solo riuscire a creare, dal classico immaginario western da cui parte, un perfetto mix di generi (action, commedia, dramma, film politico, horror), ma soprattutto, la sua incredibile potenza di stratificarsi e diventare un film a tre (e forse più) livelli spettatoriali (cosa che aveva fatto anche la saga de I Pirati dei Caraibi, ma in maniera meno forte): il primo livello, quello più evidente, è quello diretto a un pubblico di giovanissimi, con le gag da slapstick comedy, il “personaggio” del cavallo bianco e del corvo, gli inseguimenti mozzafiato. Inseguimenti che, accontentano anche il pubblico più adulto, capace, però, di interpretare anche tematiche “hot”, come quelle del bordello dove lavora il personaggio interpretato dalla Bonham Carter o più da film “horror” o sorridere su alcuni dialoghi o battute “allusive” (e ben studiate) sulla sessualità. Il terzo livello, quello che si mostra ai cinefili più attenti, è rappresentato da i continui omaggi che il regista (qui coadiuvato da un montaggio adrenalinico organizzato alla perfezione) lascia a vari classici del cinema ambientati nel vecchio west: si va da Duello al sole a (tutti) i film di Ford, da Ritorno al Futuro (il terzo episodio) a tutti i film di Leone, soprattutto Il buono, il brutto e il cattivo, forse il più omaggiato, con la sequenza dell’esplosione del ponte copiata di sana pianta e il volto di William Fichtner identico al “cattivo” Lee Van Cleef.

Intanto, però, mentre in Italia gli incassi sono buoni, in America la pellicola ha fatto flop e Depp (che tra l’altro è anche coproduttore) conquista il primo pugno in faccia della sua carriera. Riuscirà il quinto episodio della saga de I Pirati dei Caraibi con Jack Sparrow (già in lavorazione) a risollevare le polveri (del mezzo fiasco western)? E soprattutto, per noi spettatori: dov’è il segreto del genere western? Un genere che non trova, fortunatamente e nonostante gli anni, modo di perder di appeal, trasportandoci, sempre, tra indiani, soldati, locomotive e sparatorie all’ultimo sangue?

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