Dream Team: una speranza per una squadra (e non solo) migliore?

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Una vecchia gloria del calcio, tra problemi col fisco e alcolismo, è costretto a lavorare come ospite televisivo per poter racimolare qualcosa. Divorziato dalla moglie, gli viene proposto di allenare una piccola squadra della Bretagna, per dimostrare non solo di avere un lavoro, ma anche di potere badare, moralmente ed economicamente, alla amata figlioletta.

Ma la missione è più dura del previsto: i giocatori della squadra sono dei pescatori, che, per di più, rischiano di perdere il lavoro nell’unica fabbrica di sardine dell’isola. Il nuovo allenatore metterà su una squadra di vecchie glorie per tentare l’impossibile: raggiungere non solo la qualificazione, ma anche la salvezza dell’isola.

Campione d’incassi in Francia, sbarca anche nelle sale nostrane Dream Team (in originale il titolo, molto più evocativo, ma meno chiarificatore, è Les Seigneurs), diretto da Olivier Dahan, che ne ha curato anche parte del soggetto. Lo sforzo produttivo notevole, in mezzo non solo ci sono due “major” calcistiche come Sky e Mediaset Premium, ma la stessa catena di multisale The Space Cinema, ha un solo obiettivo: ricamare, attorno a uno sport tipicamente europeo (e soprattutto italiano, su cui ha fatto leva anche l’ultimo film di Muccino), alcuni sviluppi narrativi da sempre fortunatissimi al cinema (per lo più americano). Stiamo parlando della classica lotta Città vs Campagna (in questo caso sperduta isoletta della Bretagna, in Francia) e del classico racconto (pseudo)sportivo in cui una squadra (nei casi più famosi di football o baseball), composta da giocatori o poco motivati (vedi Il sapore della vittoria, con Denzel Washington) o scapestrati e non intelligentissimi, riesce a raggiungere fasti inarrivabili. In quest’ultimo caso, salta all’occhio come la pellicola di Dahan, assomigli molto a Major League-La squadra più scassata della lega e al suo sequel Major League-La rivincita, in cui una squattrinata e poco sportiva squadra di baseball (capitanata da un divertente Charlie Sheen) raggiunge incredibili successi sportivi. Qui, come accennato, si cerca di “europeizzare” il tutto, con il calcio al posto dello sport USA e con attori francesi nello squadrone della rivincita. Anche qui il titolo è davvero evocativo: tutti gli attori (veri) sono, come in una sorta di “allstars” d’oltralpe, collaudate stelle del genere comico (e non solo) francese, ognuno con il proprio tic, con la propria mania, con la propria paura: José Garcia (è il protagonista, Patrick Orbéra, vecchia gloria del calcio francese), Gad Elmaleh (ex fantasista del Milan, ansiosissimo), Ramzy Bedia (portiere da sempre dedito alla lotta sociale), Omar Sy (ormai onnipresente in quasi tutte le pellicole francesi, come una sorta di portafortuna, malato di cuore e “schiavo” della moglie) e Franck Dubosc (ex giocatore spinto verso il cinema, in lui, l’unico personaggio che regala qualche interessante metafora su lo scendere in campo/essere parte di uno spettacolo, sarà lui a volere a tutti i costi una “rappresentazione” teatrale del Cyrano, “eroe” romantico, che, senza una guida, senza amici, non potrebbe raggiungere il suo scopo). E se la sceneggiatura, scritta da Philippe e Marc de Chauveron, fa acqua da tutte le parti (con dialoghi a tratti surreali, dalla comicità molto ben nascosta e con una linearità e prevedibilità ai massimi livelli), la regia è più da fiction che da film (e la cosa appare strana viste le belle prove del regista con I fiumi di porpora 2 e soprattutto con il pluripremiato La vie en rose) e la fotografia regala qualche piccolo (ma piccolo) sobbalzo, lo spettatore si lascia comunque prendere per mano, per un’ora e mezza, ben consapevole, già probabilmente dai primi 15 minuti di film, delle pieghe finali verso la storia si sta avviando, con un piccolo, (s)piacevole colpo di scena.

Il tutto per mettere in campo (passateci il gioco di parole) un’amara (e a volte anche riuscita) critica al calcio corrotto, all’illegalità che circonda questo sport, tanto amato, ma malatissimo. In questo caso davvero interessante la prima sequenza della pellicola, che da uno stadio affollato e acclamante il campione Orbéra, si trasforma, lentamente, in un tunnel dell’orrore, in cui il protagonista, ancora con indosso la divisa della nazionale francese e con i titoli di giornale in bella mostra, ben presto sprofonda. E ben presto, sbarcato nella piccola isola bretone, cade all’occhio il secondo forte messaggio che la pellicola evoca: il potere dei soldi, degli agi, del lusso, non deve distoglierci dalla realtà, dalla nostra umanità, che, nonostante tutto, basta portare a galla per essere felici. E se c’è chi sguazza nell’oro, c’è chi sente la crisi addosso (i poveri pescatori della squadra bretone) e che grazie a una squadra(team), può lasciarsi andare nella braccia di un sogno(dream). Solo uniti, si possono raggiungere gli obiettivi e la serenità, come sottolineerà l’allenatore/giocatore in un discorso alla squadra e alla popolazione (forse cercando anche di evocare Al Pacino di Ogni maledetta domenica): tra un product placement ai limiti dell’impossibile (Diadora, Nike, ecc.) e partite spettacolari, la voglia di un calcio migliore si fa sentire. Semplicità e divertimento (ahimè poco) sono i motori di Dream Team, una commedia (?) agrodolce che accontenta tutti e regala piacevoli siparietti per tutta la famiglia, per un piccolo tuffo nel mare (sportivo) della Bretagna (e dei sogni piccoli piccoli).

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