Viaggio sola: la potenza della femminilità (e della sua solitudine)

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Irene è “l’ospite a sorpresa”, figura temutissima dagli albergatori di lusso di tutto il mondo: è lei, infatti, che controlla, in incognito, che tutti gli standard per raggiungere le cinque (e più) stelle siano soddisfatti con precisione.

Un lavoro del genere però, sempre in giro per il mondo, seppure in hotel favolosi, non lascia spazio ad altri legami affettivi. Irene ha una sorella, sposata con un musicista, con due bambine. E continua, poi, a vedersi con un suo ex fidanzato, ora imprenditore di prodotti alimentari biologici, che presto avrà un figlio forse non voluto. Tra amicizie fulminee nate negli hotel di tutto il mondo e i fantasmi del passato, la protagonista dovrà cercare di cambiare, se non vorrà diventare un infelice isola di (finto) benessere. Maria Sole Tognazzi, figlia dello straordinario Ugo, torna alla regia di finzione con Viaggio sola, dopo il riuscito documentario dedicato alla figura paterna, Ritratto di mio padre. La struttura della trama, (fin troppo) scorrevole e senza sobbalzi, si muove in bilico tra la commedia classica degli equivoci e quella americana, con una sceneggiatura non serratissima, ma scritta bene (con qualche effettiva caduta di stile), dalla stessa regista, da Francesca Marciano (al cinema in questi giorni con Miele, di Valeria Golino) e Ivan Cotroneo (regista de La kriptonite nella borsa), ma che purtroppo non riesce a scavare a fondo nei personaggi, creando una pellicola ad personam per la protagonista principale. L’unico aspetto interessante, il modus operandi di Irene (che arriva addirittura a controllare la temperatura della zuppa servita), diventa però, con l’andare della pellicola, un punto a suo sfavore, cadendo nel ripetitivo e nella fin troppa precisione d’applicazione del canone di soddisfazione dei servizi dell’hotel. Lo stesso dicasi per le lunghe sequenze che hanno come soggetto le location visitate dalla protagonista: suggestive, sì, ma fini a se stesse, senza nessuna complicità narrativa.

Il tutto, purtroppo, non è rafforzato dall’interpretazione degli attori, una su tutti Margherita Buy, nei panni di Irene, brava, ma che ormai ci ha abituati, da tempo, alla figura della “solitaria e semi-schizofrenica donna moderna”, ruolo che si è cucito addosso fin dalla sua interpretazione in Maledetto il giorno che t’ho incontrato, fino ai suoi ultimissimi lavori, come Il rosso e il blu. La struttura della trama, a ben vedere, è resa come una sorta di elastico, che se all’inizio parte con molta lentezza, trova in pochi minuti al centro della pellicola la sua “tensione” ideale, per poi mollare tutto nell’ultima parte del film. Il nodo centrale, davvero interessante, è l’incontro della protagonista, in un hotel di Berlino, con Kate, interpretata dall’ottima Lesley Manville, sessuologa che morirà tra le stanze dell’albergo. Sarà lei ad aprire (e idealmente chiudere) dei punti centrali delle trame metaforiche del film: la “finzione” del lusso come specchio della solitudine umana, la potenza della pornografia nell’era contemporanea e la differenza di percezione della figura femminile nell’immaginario maschile, data dal continuo predominio dell’eros nella vita di tutti i giorni, che crea così l’ideale della “donna perfetta”.

In effetti la pellicola è un surplus di potenza e, conseguente solitudine, femminile, e i protagonisti maschili sono, sotto vari aspetti, tutti dei perdenti: Irene non sente la necessità di legarsi, sua sorella (Fabrizia Sacchi) è sposata con un musicista (il bravo Gianmarco Tognazzi, fratello della regista, che riesce a regalarci qualche sorriso) che passa il tempo a giocare online, mandando all’aria il matrimonio, il migliore amico (ed ex compagno) di Irene, un imprenditore di prodotti biologici, interpretato da Stefano Accorsi (con il quale si crea un surreale rapporto alla Harry ti presento Sally), è legato, improvvisamente a una paternità forse non voluta, arrivata da un rapporto occasionale. Messaggio preciso: l’uomo dipende dalla donna e quest’ultima non dipende necessariamente da un rapporto con un essere umano dal sesso opposto (come vuole, forse, dimostrare, il conciliante finale). Colonna sonora curata da Gabriele Roberto, interessante mix di elettronica e pop, mai invadente, a impreziosire le location e gli interni da favola resi perfettamente quasi “onirici” dall’ottima fotografia di Arnaldo Catinari. Un film che lascia l’amaro in bocca, a dimostrare come siano flebili, oggigiorno, i rapporti interpersonali, non solo tra coppie, ma anche tra donna e donna, tra conoscenti, tra piccoli e grandi.

La pecca, in effetti, di Viaggio sola è quella di lanciare tantissime esche narrative/tematiche che, per mancato sviluppo, esplodono nel loro stesso manifestarsi, concedendo un breve, ed intenso, assolo nella parte (quasi) finale, con le sequenze citate dell’incontro Irene-Kate. Un bel s(vi)aggio sulla femminilità e la sua potenza (solitaria), ma che, purtroppo, non riesce a convincere del tutto e spiccare il volo, verso nuovi (hotel da) sogni.


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