La grande bellezza: della mostruosità del (recente) Passato

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Jep Gambardella, noto giornalista e scrittore ormai 65enne, trascorre le sue giornate tra party lussuosi in terrazza e lunghe passeggiate nella Roma. Ben presto però il tempo inizierà a far sentire il suo peso, tra eccessi, ricordi, amicizie (vere/false/improvvise) e un’ispirazione (Jep ha scritto un solo libro, da giovanissimo) che tarda ad arrivare.

La grande bellezza, presentato in concorso all’ultimo festival del cinema di Cannes, ha sulle spalle il peso di non aver portato a casa nessun premio e di non avere affatto convinto la critica nostrana e non tantissimo quella estera. Ma forse è la conquista migliore: una pellicola che convince in pieno e il contrario, una pellicola che ha talmente tante cose da dire che si perde (come un vortice) nella sua stessa struttura narrativa e visiva. In effetti, seguendo lunghe strade metaforiche, La grande bellezza è forse uno dei film più sorrentiniani di sempre. Piccolo giro nel passato: da L’uomo in più fino allo stelleestrisce This Must Be the Place (senza escludere per nulla Il Divo), Paolo Sorrentino ha cercato di tessere le trame della “mostruosità”, civile e sociale, dell’era moderna.

Tutti i suoi personaggi, infatti, sono dei persi/perdenti/sconfitti, socialmente poco accettati, “mostri” dell’era 2.0, ma che, forse, trovano, in qualcuno/altri la chiave per cambiare il proprio modo di (soprav)vivere. Perché criticare i tanti lirismi di macchina (tanto osannati nei primi film), se ormai sono diventati la linea stilistica del regista italiano, che, è vero, forse eccede nell’uso intenso dei “cambi” di visuale (enfatizzati dal comunque ottimo montaggio di Cristiano Travaglioli), ma che, se lo fa è per cercare di scompigliare sempre più i meccanismi non solo narrativi, ma dello stesso spettatore? Ecco perché, così come nella frase d’incipit del film e così come nel suo svilupparsi, il tema dell’ “onirico” (senza andare a scomodare altri grandi Registi), è onnipresente. Ed è vero, c’è tutto il cinema di Fellini, ma anche sprazzi di Pasolini, Antonioni e qualcosa anche di Garrone. Sì perché in effetti il tema dello scrittore in crisi è pienamente un chiaro riferimento all’ 8 e mezzo felliniano, ma i rimandi sono davvero tantissimi, tanto è vero che la pellicola di Sorrentino ben presto si trasforma in una sorta di enorme viaggio nel Passato. Con la maiuscola, attenzione. E a una successiva riflessione, amarissima, sulla Bellezza nel (corso del) Passato. Oltre ai molteplici rimandi rilasciati durante il tragitto filmico, è lo stesso protagonista che “viaggia” (non solo personalmente, con numerosi flashback) nel Passato, attraversando le stanze dei più bei palazzi di Roma, la città “eterna” , storica e bella per eccellenza. E se la (non) trama, scanzonato susseguirsi di incontri/scontri nelle giornate quasi tutte uguali di Jep Gambardella, conduce a un punto di (non) ritorno, non aiuta, certo, a portare la barca avanti Toni Servillo, istrionico e bravissimo come sempre, ma con il pericolo dell’ autocitazione, che è, purtroppo, dietro l’angolo: il personaggio servilliano somiglia troppo, per tratti, camminata e modi di esprimersi ai tanti già messi inscena dall’attore partenopeo.

Ma la sua prova è comunque ottima, sorretta da un cast di personaggi “contorno”, che reggono bene il confronto, con una sceneggiatura (scritta, oltre che da Sorrentino, da Umberto Contarello, vincitore di un David di Donatello con This Must Be the Place) che cade, a volte, nell’omaggio o nel plagio indiretto, regalando, però, sprazzi di ottima scrittura, spaccando il film in mille pezzettini, mille “scenette”, in bilico tra la commedia sofisticata, il documentario, il film di denuncia e il cinema pienamente sorrentiniano, dipingendo caratteri stereotipizzati dell’era moderna e omaggiando quelli del cinema che fu: Carlo Verdone (uno dei personaggi più riusciti, scrittore di teatro, innamorato dell’Arte ma squattrinato), Carlo Buccirosso (ricco e ossessionato dal sesso), Iaia Forte, Pamela Veronesi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti, Serena Grandi (una sorta di Ekberg mostruosa), Roberto Herlitzka (straordinario), Isabella Ferrari (fascino da vendere) e tantissimi altri, senza contare un cameo di Antonello Venditti e la riuscita prova di Sabrina Ferilli, lei che balla in uno streap club, ma che è (nella notte infinita, mantello felliniano su corpo statuario) la Bellezza.

Ma la domanda torna: come mai un regista così “giovane” (cinematograficamente), si interroga, con tanta insistenza, sul Passato, sulla Morte, sull’incidere delle nostre azioni sul nostro futuro, sull’inesorabile scorrere del tempo? In realtà, tutto è contorno (e non a caso la parola “contorno”) per un riflettere più ampio sul “vedere”, sul “quadro”. L’immagine, per tornare ad avere la sua “grande bellezza”, deve tornare alla semplicità, alle “radici” (citando la sempliciotta battuta di uno dei personaggi), al suo stato “primordiale” e “primitivo”: il lunghissimo piano sequenza finale è la summa del concetto sorrentiniano, la regia vedutistica dei primi del Novecento, la vera, enorme, “grande bellezza” dello stupore della semplicità dell’immagine. Gli omaggi, la critica alla Chiesa(qui continua, mentre appena accennata in L’amico di famiglia e più forte ne Il Divo) e al multisocialismo turistico, diventano un pretesto in più per “narrare” il visivo, narrare la “recherche” del protagonista, metaforicamente fin troppo semplice da collegare col regista stesso. Un grido d’allarme? Ancora una volta una pellicola pro(le sequenze con giraffa/fenicotteri), contro (le sequenze davanti alla opere d’arte “nascoste” nei palazzi romani, pretesto per mettere in campo veri e propri “quadri filmici”) il cinema (anzi l’immagine) digitale/reale/analogica. Favolosa la colonna sonora, curata da Lele Marchitelli, tra lirica e pop music, che impreziosisce la spettacolare fotografia di Luca Bigazzi. Non il migliore film di Sorrentino, ma sicuramente quello più mostruoso. E quella luce. Quella favolosa, bellissima, luce che polverizza la “grande” e oscura Bellezza.


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