Della potenza della reincarnazione (della commedia): Mi rifaccio vivo

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Un ricco imprenditore si suicida per l’ennesima sconfitta economica contro il suo rivale di sempre, vittorioso fin da bambino. Giunto nell’aldilà, gli viene data la possibilità di redimersi, reincarnandosi per una settimana per riappacificare i rapporti con il nemico. In realtà è deciso comunque a vendicarsi, tornando in vita nei panni di un noto manager e caro amico del suo acerrimo nemico. Tra tradimenti, svenimenti, ripensamenti e lezioni di vita, il protagonista deciderà presto di intraprendere la via della riconciliazione.

Il cinema non è estraneo alla tematica del “ritorno in vita” dopo la morte, che sia per redimersi o no, come in Il paradiso può attendere (1978), senza dimenticare le “false” morti, come quella messa in scena nello spassosissimo (e forse fin troppo dimenticato) 47 morto che parla  (1950), dove nei Campi Flegrei viene ricreato un onirico Inferno dove il povero Totò è costretto a risorgere e (ri)morire. L’aldilà diventa così, anche in Mi rifaccio vivo, uscito in questi giorni nelle sale, un piccolo pretesto per narrare le difficoltà e le apparenze dell’uomo contemporaneo. Dietro la macchina da presa, Sergio Rubini mette in scena un mini dramma nella commedia e viceversa, sfruttando non solo una regia semplice e accademica, ma capace di “narrare” senza fronzoli, e lasciandola, per la maggior parte della pellicola, a servizio degli attori; ma sfrutta in pieno una sceneggiatura, scritta, oltre che da lui, da Carla Cavallazzi (sua fidata collaboratrice) e Umberto Marino (al lavoro su molti sceneggiati tv),  che, anche se con diverse cadute di stile e qualche mossa prevedibile, riesce a dare un ritmo incalzante e scorrevole alla vicenda, ma che, purtroppo, già a metà, rivela i suoi meccanismi, avviandoci verso un finale fin troppo pacificatore.

Ciò però non influisce sul risultato e sul lavoro, ottimo, fatto sulla direzione e sull’interpretazione degli attori, che diventano, sotto i colpi della vicenda, maschere perfette della modernità, incarnando ognuno una sorta di prototipo o “modello” ideale, ma che ben presto rimescolano le carte in tavola, mostrando, ognuno, una sorta di doppia personalità, un bianco e un nero, un lato vero e uno nascosto, un lato morale e un altro totalmente fuorviante. Ogni personaggio ha i suoi piccoli scheletri nell’armadio, o almeno cerca di averne uno per vendicarsi di qualcun altro, in una sorta di “spirale della vendetta” che il regista aveva già messo in campo bene nei suoi ultimi film: Colpo d’occhio (2008) e L’uomo nero (2009). Attori, come accennato, in forma: mattatore, però, è Emilio Solfrizzi, molto presente tra teatro e televisione, e che andrebbe davvero sfrutta di più al cinema. Dopo il convincente Se sei così ti dico sì, nel ruolo di un cantante decaduto, qui Solfrizzi fa di nuovo centro: è un manager di successo, ma anche corpo nel quale si reincarna il protagonista (Pasquale Lillo Petrolo, del duo comico Lillo & Greg, che convince poco), l’attore regala momenti spassosissimi, tra mimica facciale divertente e amari momenti di interiorità. formando, insieme agli altri due (co)protagonisti, un perfetto mix di comicità e complicità, in un triangolo narrativo che, lentamente esplode in un enorme ramificazioni di intrecci situazionali a tratti anche originali.

Tengono il passo gli altri attori: Neri Marcorè, cattivo e spietato co-protagonista, Margherita Buy, nel ruolo di sua moglie (un po’ tra dark e timida lady di ferro), Vanessa Incontrada, generosa e affascinante moglie del protagonista (che, a tratti, convince davvero molto e più degli altri) e Gianmarco Tognazzi, nel ruolo di un losco imprenditore. Interessante (peccando forse a tratti di didascalicità) e mai fuori tono la colonna sonora di Paolo Buonvino; un po’ spenta e appiattita sul tv movie la fotografia di Fabio Cianchetti. Una commedia agrodolce sugli errori che si commettono in vita e fuori vita, una storia di vendetta dai risvolti amari e malinconici, una pellicola sull’inganno delle apparenze, nascoste dietro le maschere imperfette delle vite contemporanee.

Mi rifaccio vivo convince, ma, purtroppo non del tutto, strappando qualche sorriso (pochi per la verità), qualche bella sequenza (soprattutto nel finale) e lasciando qualche divertente e personale riflessione sulla modernità e le sue piaghe sociali, con una scanzonata e originale visione del Paradiso, dove si viene accompagnati con un taxi (guidato da un bravo Enzo Iacchetti, in un cameo), fino a una casa di campagna, dove, dotati di accappatoio e numerino, si viene “spediti” nel “girone” di appartenenza da un simpatico Karl Marx, direttore del distretto. Con un aldilà così accogliente, è difficile avere il coraggio di rifarsi vivi.

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