Oblivion: un viaggio nella fantascienza a (solo?) impatto visivo

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Pianeta Terra: 2077. Anni prima, alieni chiamati Scavengers, hanno fatto esplodere la Luna e invaso il pianeta. Per fortuna sono stati sconfitti, ma solo grazie al lancio di testate nucleari. Da allora una parte della Terra è irrevocabilmente contaminata e gli umani sopravvissuti vivono su Titano. Per garantire acqua e viveri però bisogna proteggere le strutture che aspirano le risorse rimaste dagli attacchi alieni. Questo il lavoro del tecnico/astronauta Jack Harper, che, insieme alla sua compagna, in un appartamento-base ultra-tecnologico al di sopra delle nuvole, controlla il lavoro di un gruppo di droni che fanno da guardia alle autoclavi, che mandano tutto al centro di controllo, denominato TET, da dove partono tutti gli umani destinati a Titano. Ma, nonostante gli sia stata cancellata la memoria, Jack ha strani sogni. Durante una missione di recupero salva dalla morte un’astronauta donna. Sarà lei, e l’incontro con i cosiddetti “alieni”, a cambiare il corso della sua vita e a fargli fare scoperte terrificanti.

Difficile racchiudere in poche righe  la complessa, e a tratti confusionaria, trama del nuovo film fantascientifico interpretato da Tom Cruise, Oblivion; difficile soprattutto per via dei ripetuti colpi di scena che si scoprono (e vista la prevedibilità anche riscoprono) nella pellicola. Diretto da Joseph Kosinski, lo stesso di Tron: Legacy, il film ha una genesi travagliatissima: in principio pensato per un fumetto, realizzato ma mai distribuito, ha poi trovato, dal 2009, lo spazio per la produzione cinematografica. La regia mostra l’evidente cultura cinematografica del regista, che, oltre a omaggiare grandi classici del genere (uno su tutti la serie Ai confini della realtà) si mette presto al servizio delle immagini (iper)tecnologiche (e, stupitevi, non tutte sono state girate con Green Screen) e della fotografia (computerizzata e non, risultato dell’ottimo lavoro svolto da Claudio Miranda, stretto collaboratore di Fincher) degli esterni (ricordiamo che il film però era pensato per la versione in Imax): il resto, purtroppo, è, come accennato, un susseguirsi, anche a volte prevedibile, di colpi di scena uno dopo l’altro, sorretti da una sceneggiatura (scritta, oltre che dal regista, da alcuni candidati/vincitori Oscar) che, purtroppo, non riesce a dare il ritmo a una vicenda che di spunti ne ha, e tanti.

Che poi questi spunti vengano (come già sottolineato) da omaggi/plagi, questo sta deciderlo allo spettatore: Moon, Io sono leggenda, Matrix, 2001 Odissea nello Spazio, Tron, Star Wars sono solo alcuni dei rimandi a cui la pellicola sembra strizzare l’occhio, conditi con un tocco di action e un pizzico di (disturbante) atmosfera steampunk. E se si è fatto tanto (a livello di Computer Graphic) per rendere affascinante il volo sulla navicella spaziale di Cruise, le idee vanno a mancare quando il protagonista imbraccia una moto, che, però, sembra appena uscita da un una pellicola a basso costo di Roger Corman. Cruise (che già aveva combattuto, ma ben diversamente, gli alieni de La guerra dei mondi), cappellino alla mano e espressività vicina allo zero, non aiuta certo a dare credibilità al personaggio, dividendolo, sia nell’interpretazione che all’interno dello sviluppo della trama, in un clone del pilota di Top Gun (altro omaggio?).

Il resto, non supportato da un cast certo non in forma: lo stesso Morgan Freeman, nel breve ruolo del capo dei “ribelli”, Olga Kurylenko, nell’inespressivo ruolo della moglie del protagonista o Andrea Riseborough (forse è lei la più convincente), nel ruolo della compagna “clone” di Jack. Purtroppo le intuizioni (e le fascinazioni) si concentrano nell’ultima parte della pellicola, con una interessante riflessione sulla clonazione, l’eterna guerra libertà personale vs massa e l’inevitabile conflitto uomo vs macchine (e di conseguenza: chi controlla i controllori?). Ma questi spunti sono troppo pochi, per cercare di salvare una pellicola di ben 135 minuti. Da sottolineare, invece, l’ottimo lavoro svolto dal gruppo francese di musica elettronica M83 alla colona sonora e alcune scelte musicali (forse però un po’ anche loro scontate) che contornano alcuni punti della vicenda, come Ramble On dei Led Zeppelin e A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum. Oblivion nasconde, nelle pieghe dei suoi continui colpi d’occhio a paesaggi del futuro desolati, una sottotrama che non ha trovato, forse per i troppi rimandi e tentativi di spiegazioni, un modo di emergere compatta, senza far cadere lo spettatore nell’incubo del tentare di fare mente locale e spiegarsi alcuni, oscuri, passaggi.

Che la spiegazione sia tutta lì, nel titolo e nel suo stretto contatto con la parola (im)prevedebile? Tradotto, “oblivion”, significa “oblio”. Che il regista voglia lanciarci un campanello d’allarme? Torniamo a narrare la fantascienza di una volta, quella fatta come si deve e non lasciamola cadere nel dimenticatoio (altra traduzione di “oblivion”) o, in realtà, il messaggio è da interpretare al contrario? Joseph Kosinski sta lavorando, di recente, al sequel di Tron: Legacy. Speriamo il risultato sia migliore e non una lenta, inesorabile caduta (vuota) nei ricordi.

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