In quei marmi c’è lo stemma dei Brancaccio

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Ne avevo sentito parlare qualche tempo fa. Poi la scorsa settimana ho deciso di approfondire questa particolare storia. E così mi sono lasciato incuriosire dalle insegne di una delle grandi famiglie di Napoli impresse nei marmi di un altare della chiesa del Rosario di Palma Campania. Le scoprì Giuseppe Allocca, cultore di storia locale, che dopo una lunga ricerca accertò la presenza degli stemmi araldici dei Brancaccio. Un legame tra i nobili partenopei e il territorio palmese? Una lunga chiacchierata con Allocca mi ha regalato parte della risposta che condivido, qui, questa domenica.

Nella seconda cappella a sinistra dell’edificio sacro di via Municipio, dove è conservata la statua di San Sebastiano, tra gli intarsi di marmi policromi sono stati individuati due blasoni a quattro branche di leone disposte in fascia due-due e nascenti dai fianchi dello scudo.

«Gli stemmi risalgono almeno al ‘600 – spiega Allocca – e mettono in evidenza come i feudatari di Palma Campania, fondatori della Chiesa e tanto devoti alla Madonna delle Grazie da dedicarle una cappella nel palazzo ducale, erano in buoni rapporti con le grandi famiglie napoletane. È sicuramente uno spaccato di storia locale di notevole interesse – aggiunge – anche se rimane da accertare, con una ricerca che ho già avviato, il motivo specifico della presenza delle insegne dei Brancaccio, famose per le quattro zampe di leone».

Resta da chiarire, in effetti, se l’altare che contiene lo stemma provenga da un’altra cappella o, ipotesi plausibile, sia stato realizzato specificamente per la chiesa palmese

La famiglia Brancaccio, insieme a quella dei Caracciolo e dei Capece, è una delle più antiche e numerose famiglie del patriziato napoletano.

Landolfo, fu tra i cardinali che, in conclave, elessero papa Bonifacio VIII. Francesco, anche’egli cardinale, donò la sua biblioteca a Napoli. Mariano Brancaccio è stato poi definito come «il più fedele servitore» degli Aragonesi, presenti anche a Palma con il palazzo omonimo. Da alcuni documenti si evince che la costruzione della chiesa, nei primi anni del ‘500, è strettamente collegata a quella del palazzo Aragonese, costruito per volere dei duchi Orsini.

Attraverso notizie raccolte dal sito nobili-napoletani.it è possibile tracciare un quadro più preciso del casato. «I Brancaccio furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Baroni (di Cesa, Corropoli, Giungano, Laurino, Loriano, Miano, San Mauro, San Nicola della Strada, San Pietro, Spinazzo, Spineto, Sogliano, Sorbo,  Strambone, Trentinara, Trentola), Marchesi (di Montescaglioso, Montesilvano, Rivello, San Raffaele, San Sebastiano), Conti (di Noia, Castiglione, Crecchio), Duchi (di Castelnuovo, Lustra, Pontelandolfo, Villars appartenuto ai Brancas, ramo francese dei Brancaccio) e Principi (di Roviano, Ruffano, Triggiano, sul cognome, Carpino linea siciliana)».

«Tra i loro feudi si elencano Alfano, Aversa, Brusciano, Candelaro, Cantalupo, Castelvecchio, Cervaro, Crecchio, Forcella, Grisolia, Gualdo, Laterza, Laviano, Monteleone, Montefredano, Noia, Pescarona, San Vitaliano, Salandra, Spinazzo, Spineto, Torrepaduli, Trentinara e Trentola».

A margine delle note colore. «Serella e Vannella Brancaccio sono tra le dame della sfarzosa corte di Roberto II d’Angiò che Boccaccio fece partecipare alla caccia allegorica insieme ad altre donne citate con i loro nomi nel poemetto in terzine dantesche. Non solo. Nel 1495 Paolo Brancaccio fu tra gli Ambasciatori dei Sedili di Napoli che i Sedili mandarono ad Aversa al Re Carlo VIII per dichiarare la disponibilità dei napoletani ad accoglierlo come Re di Napoli. Come poi avvenne il 21 febbraio dello stesso anno».

Pasquale Iorio >>> seguimi su Fb  >>> appuntamento a domenica prox

foto stemmi


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