Come un tuono: il trittico della paternità perduta (e ritrovata)

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Luke è un giovane motociclista che si esibisce nei lunapark per sbarcare il lunario. Decide di mollare tutto quando viene a sapere da una sua ex fiamma, Romina, di essere diventato padre. Si trasferisce e prova a dare da vivere a suo figlio, lavorando onestamente da meccanico, mentre la sua ex ha accanto un altro uomo. Purtroppo ben presto è costretto a usare la sua abilità con le moto per mettere in atto, insieme a un complice, rapine alle banche locali. Durante una di queste, un giovanissimo poliziotto, Avery, lo uccide. Il rimorso di Avery lo spinge a intraprendere una carriera contro l’illegalità nel corpo stesso della Polizia e ad avere un rapporto conflittuale con suo figlio. Ben 15 anni dopo il destino vuole che il figlio di Avery (ormai personalità politica importante), AJ, sbruffone e viziato, incontri il figlio di Luke, Jason, che presto decide di vendicarsi e scoprire la verità sul padre. Presto le cose, però, precipiteranno.

Che differenza c’è tra il Bene e il Male? E chi ha capacità di decidere su cosa lo sia o meno? E infine, proprio per fare queste difficili scelte, chi se non un Padre (ladro, poliziotto, procuratore, corrotto, cittadino) può essere l’unico a potere fare da guida a un figlio, a una moglie, a una Nazione intera? Eccolo il succo di Come un tuono: bello, intenso, poetico nuovo lavoro registico di Derek Cianfrance, che ci aveva emozionato, e non poco, con il precedente Blue Valentine: travagliata storia d’amore tra due novelli sposi. Un filo invisibile (partito dalla fine del precedente film), così, si annoda allo sviluppo di questa nuova vicenda, strutturata stavolta a livello lineare, senza l’ombra di un flashback (che tanto aveva invece fatto nel precedente lavoro). Derek decide di usare subito le sue carte vincenti, il suo jolly: Ryan Gosling interpreta Luke, il biondo “maledetto” motociclista. Gosling (ruolo da protagonista nel precedente Blue Valentine), si supera, “vive” il personaggio, ne lascia trasparire ogni piccola emozione pur rimanendo immobile davanti alla telecamera, pur parlando davvero pochissimo, pur muovendo soltanto un braccio, facendo una piccola smorfia; il suo tatuaggio a forma di coltello accanto all’occhio sembra una piccola lacrima da Pierrot. Il suo “dominio” di scena dura meno di un’ora. Entra in gioco, poi, Avery, interpretato da un Bradley Cooper davvero stupefacente.

Ne avevamo parlato benissimo già nella precedente recensione de Il Lato Positivo, ma qui Cooper centra un altro ruolo perfetto. Emoziona, inchioda lo spettatore davanti al suo sguardo travagliato dai rimorsi, specchio di una coscienza lacerata, ma improvvisamente pronta a urlare e farsi valere. In forma anche il resto del cast, a cominciare da Eva Mendes, trasformata in madre della middle/low class americana e i due giovani attori che interpretano i figli dei protagonisti: Emory Cohen (da notare la straordinario somiglianza con il giovane Johnny Depp) e Dane DeHaan (Jason). Entrambi arrivano da lavori televisivi, ma riescono a mettere in atto uno scontro di tensione ( e generazionale) davvero eccellente. Tutto è tenuto in piedi da una sceneggiatura (firmata non solo del regista, ma anche da Ben Coccio e Darius Marder) scritta in maniera serrata, diretta, senza fronzoli, senza giri di parole, “quotidiana”.  Il lavoro alla regia è claustrofobico, corporeo, quasi oppressivo, soffocante (seppur molte vicende si svolgano all’aperto) : i continui e rapidi piani sequenza, molti svolti con riprese fatte “a spalla”, regalano ritmo e “quotidianità” al girato, rendendo lo sviluppo più crudo e diretto.

Tornano le sensazioni logore e sgranate di Blue Valentine, i colori si saturano e consumano, spaccano i volti (e qui è da sottolineare l’ottimo lavoro svolto alla fotografia da Sean Bobbitt, straordinario anche in Shame di McQueen), diventando parte emotiva della vicenda. Il cinema di Cianfrance (che ha studiato con Stan Brakhage, e si vede) è cinema di volti, di primi e primissimi piani, di sofferenze, di lunghe inquadrature sulle s(facce)ttature, segnate da un mondo che non dà scampo alle gioie (poche) e alle (fin troppe) sofferenze. Tutto legato da una colonna sonora eccelsa, vero protagonista aggiunto alla pellicola, curata da Mike Patton, nota voce dei Faith No More. Come un tuono nasconde nel suo titolo originale (The Place Beyond the Pines), intimi percorsi metaforici di scoperchiamento delle coscienze, di superamento delle paure, dei preconcetti, dei rimorsi. Il trittico formato da i due Padri (Gosling e Cooper), alla base, come poli opposti di un triangolo, e Figli (all’apice della struttura) si sviluppa anche narrativamente e filmicamente, con una ideale divisione della pellicola in tre parti ben distinte. In realtà verrebbe da pensare a un cerchio piuttosto, visto il rincorrersi di situazioni e vicende che si concludono e si riaprono durante l’ultima parte della vicenda. Un film davvero molto bello, che ha forse, nella sua eccessiva durata, uno dei pochissimi punti a suo sfavore, ma che lascia attaccati allo schermo per la sua potenza visiva, per degli attori in stato di grazia e per l’intenso messaggio che cerca di veicolare. Uno dei film dell’anno.

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