Attacco al potere: rinascita (e morte) dell’ Olimpo americano

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Mike è a capo della sicurezza del Presidente degli Stati Uniti. Durante un viaggio presidenziale, le auto della sicurezza si ritrovano in una tempesta di neve e, dopo un improvviso  incidente, Mike non riesce a salvare la First Lady. Per questo “errore” viene assegnato a lavoro d’ufficio, cosa che non lo gratifica e lo lascia a combattere con i suoi rimorsi. Intanto l’ambasciatore della Corea fa visita alla Casa Bianca. In realtà tutto è orchestrato da terroristi internazionali, per allontanare l’esercito USA dalla Corea e far esplodere una serie di testate nucleari in giro per l’America. Durante l’attacco alla Casa Bianca, Mike riesce a sopravvivere e a entrare nella sala ovale: sarà lui l’ultima speranza per la salvezza del Presidente, suo figlio e l’intera Nazione.

Ogni anno il cinema americano, con sempre maggiore consapevolezza e mezzi produttivi, sforna un film patriottico, avvalendosi delle migliori tecnologie in ambito visivo e di attori di prim’ordine. Se si considerano però casi a parte, come l’ottimo The Hurt Locker e il recentissimo Zero Dark Thirty, queste megaproduzioni si rivelano dei film appena sufficienti. A dirigere Attacco al potere, ennesimo pasticciato polpettone nazionale, c’è Antoine Fuqua, che aveva convinto con il bellissimo Training Day, con Denzel Washington. Caso vuole che lo stesso attore interpretò un film, nel 1998, intitolato proprio Attacco al potere: trama (quasi) simile, ma pericolo (simil)arabo. Purtroppo stavolta al posto di Washington, c’è il muscoloso Gerard Butler (che compare tra i produttori della pellicola), che sveste la toga di Leonida di 300 e indossa quella di un (ex)ufficiale dell’esercito imbattibile. In queste pellicole, ci sono delle costanti che (così come l’immagine della nazione americana alla fine degli stessi film) sono indistruttibili.

Le forze armate statunitensi, le più potenti e organizzate al mondo, appaiono sempre delle formichine senza organizzazione, sparpagliate dai commando nemici come insetti fastidiosi e vulnerabilissimi. L’unico ad avere capito qualcosa, a salvarsi la pelle e a reagire (sotto milioni di proiettili, bombe e gas) è l’ (anti)eroe di turno, afflitto e con qualcosa d a farsi perdonare. La morale, al di là delle metafore piazzate come piattoni davanti allo spettatore, è svelata fin dalla prima mezz’ora del film: tutti hanno diritto a una seconda possibilità, ma bisogna sapersela conquistare. Nonostante la sceneggiatura patetica, prevedibile, a tratti anche irritante e con una dose di parolacce incalcolabile (scritta da Creighton Rothenberger e Katrin Benedikt), la regia di Fuqua è compatta, adrenalinica, forse in alcuni casi fin troppo didascalica, ma supportata da buoni effetti visivi, tanta action e molte sequenze al limite dello splatter.

Restano, e questo è da apprezzare (a livello visivo) , le belle sequenze degli attacchi dei commando nemici, anche se l’aereo ultratecnologico nemico sembra essere uscito da un film degli anni ’50, riuscirà a farla franca contro un (appena) due aerei USA e una (ancora più iperteconologica) montagna di elicotteri e missili. Gli attori non aiutano certo a portare a casa il compitino: Butler è la brutta copia di Schwarzenegger (e molto più irritante) e Aaron Eckhart, presidente degli Stati Uniti, è arrabbiato, di buon cuore, cazzuto e sboccato (sic!). Buono invece l’(ennesimo) ruolo secondario di Morgan Freeman, portavoce e successivamente presidente temporaneo USA. Anonimi gli altri protagonisti, affossati in dialoghi fin troppo prevedibili e personaggi senza un minimo di sviluppo narrativo. Se la riflessione di Zero Dark Thirty era sulla cattura di Osama e sul problema mediorientale, Attacco al potere, sposta la visuale sulla recente crisi USA-Corea del Nord, che riempie i notiziari (e le paure) di tutti i cittadini americani e la cosa appare ancora più chiara quando l’attentatore (Rick Yune) togliendosi gli occhiali, mostra un volto fin troppo simile al temutissimo Kim Jong-un.

Ma perché un film così, scritto male, interpretato peggio e diretto discretamente, ha budget così alti e incassi ancora più alti? In effetti Attacco al potere deve la sua potenza alla sua enorme forza persuasiva: è un potentissimo prodotto di propaganda, così come, da agli ’50 in poi, l’America ha realizzato, per cercare di spostare il discorso “esterno” sul fronte “interno”. State tranquilli, suggerisce il Presidente alla fine del film, anche se cadremo a migliaia, ci rialzeremo ancora più forti. E la bandiera bruciata viene issata di nuovo, sventolante, sulla Casa Bianca. Olympus Has Follen, sottotitolo originale, mette la ciliegina sulla torta alla prevedibilità della pellicola: l’Olimpo, luogo dove dimorano gli dèi, è, nonostante la sua importanza, un luogo vulnerabile, un luogo come casa nostra, come l’intera Nazione, come il mondo intero.

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