Tutti contro tutti: la crisi (n)e la commedia italiana

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Una famiglia romana (lui muratore, in affari col cognato, lei polacca che si occupa di pulizie domestiche, due figli, Lorenzo e Erica) esce di casa per festeggiare la prima comunione del piccolo Lorenzo. Al ritorno, però, scopre che qualcuno ha occupato abusivamente il suo appartamento. Sconfitti in un primo momento, decidono, per protestare e giocarsi il tutto per tutto, di “accamparsi” fuori dal pianerottolo di casa loro.

Tra soprusi, indifferenze e scambi multietnici, si consuma un dramma tutto all’italiana. All’uscita dalla sala mi è parso spontaneo esclamare: “Ma… finalmente!”. Già, finalmente. Nelle commedie, o molte fiction, italiane degli ultimi anni (ma anche le ultimissime, basta ricordare Il principe abusivo o Pazze di me), la famiglia dello stivale nostrano vive in una sorta di “realtà ovattata”, da universo parallelo, dove i problemi di tutti i giorni o la tanto fantomatica crisi è “inesistente”, qualcosa a cui si riesce comunque a trovare una soluzione o di cui non si parla quasi mai. Tanto, pensano registi e sceneggiatori, la gente vuole divertirsi al cinema, staccare la spina dalla dolente quotidianità. E invece, finalmente (!) , arriva Tutti contro tutti, commedia dal sapore amaro, anzi amarissimo, che la crisi la racconta e anche (fin troppo) bene.

Ispirandosi a fatti accaduti realmente (le occupazioni abusive di appartamenti, a Roma ad esempio, sono all’ordine del giorno e la gente ha davvero paura ad uscire di casa), il regista Rolando Ravello (sembra uno sconosciuto eppure è uno degli attori italiani più talentuosi in circolazione), dirige con tono asciutto, a tratti sfiorando il cinema indipendente e documentaristico, cucendosi addosso la parte di un protagonista, l’italiano medio, costretto a (soprav)vivere al quotidiano orrore dell’ “avere una casa” e tirare avanti con meno di mille euro al mese. La pellicola assume il tono quasi anche di “indagine”: non ci sono i soldi per la spesa, per il credito del cellulare, per comprare un paio di scarpe ai figli, per fare causa a chi li ha “scacciati” di casa, per trovarne una nuova di casa.

C’è la rabbia di combattere giorno dopo giorno contro le cattiverie dei “datori” di lavoro, della multi etnicità che ci circonda anche nella porta del nostro stesso pianerottolo (la metafora del “diverso/uguale a noi” è dietro l’angolo), della interessantissima critica alla Chiesa, quando il protagonista, arrabbiato, si rivolge al prete (di colore) di famiglia e lui, per superare i problemi, lo invita a “pregare”. Il protagonista allora propone di chiedere al Vaticano di passargli una casa, anche piccolissima, visto che di case ne hanno davvero tante e le affittano a chi ne ha tante di case, perché lui, da tempo, è stanco di pregare.

Qualche neo però c’è: innanzitutto forse alcuni personaggi sono fin troppo stereotipizzati e poco o malamente sviluppati (il protagonista timido che si trasforma in “leone”, il figlio del cattivo che si ribella al padre, cattivone senza scrupoli e ultra cafone, la figlia del protagonista perennemente incollata al telefonino, i “fattoni” del quartiere e i vicini che prima sono restii alla disgrazia dei loro coinquilini e infine si ribellano tutti contro il malvagio), la regia a tratti prende le sembianze di un tv movie e qualche cliché sembra di troppo. Ma l’insieme è tenuto in piedi davvero bene dalla sceneggiatura, scritta sia dal regista che da Massimiliano Bruno e ispirato a un lavoro teatrale dello stesso Ravello.

Bravi anche gli attori: oltre al protagonista stesso, ci sono due assi nella manica: Marco Giallini, cognato, socio, amico, romano fino al midollo, come il simpaticissimo Stefano Altieri, nel ruolo del nonno, uno dei protagonisti più riusciti, sorta di faro nella disperazione della famiglia. Un po’ sottotono, ma comunque in forma, gli altri: a iniziare da Kasia Smutniak, moglie del protagonista, che forse forza troppo la mano e si ritrova tra le mani un’interpretazione poco convincente e Paolo Sassanelli, che compare, alla grande però, solo per qualche inquadratura. Superba la colonna sonora originale di Alessandro Mannarino, che balza tra folk e popolare, tra (quasi) pop e tarantella, inseguendo ossessive note di fisarmonica e chitarra. Tutti contro tutti è una commedia (?) davvero ben scritta e diretta, ma che può davvero tirare un forte pugno allo stomaco. Alla fine del film restate seduti: i titoli di coda, strutturati come tanti nomi su citofoni, sono un’altra piccola perla.

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