L’oro invisibile (parte seconda)

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La spazzatura è una “materia prima”. Proprio come gli idrocarburi, il ferro, la legna, anche i rifiuti rappresentano un elemento basilare di un processo di produzione industriale: specificamente quello attraverso cui un prodotto finito viene trasformato in un articolo nuovo con caratteristiche uguali o anche differenti.

Ora, dal momento che tutti producono e detengono questa importante materia prima, ognuno dovrebbe poter trarre vantaggio dall’alienazione della stessa, esattamente come uno sceicco trae vantaggio dalla vendita dei barili di petrolio.

In sostanza è ciò che accade nei Paesi in cui viene praticato il cosiddetto “reverse vending”. E’ tutto molto semplice: al momento dell’acquisto dei prodotti contenuti in recipienti di plastica, vetro e latta, il consumatore paga, oltre al prezzo, una piccola cauzione che gli viene restituita all’atto della riconsegna dell’involucro, attraverso apparecchiature diffuse in modo capillare tra bar, ristoranti e supermercati o, in alcuni casi, mediante la semplice consegna alla cassa. I prodotti raccolti vengono poi imballati, stoccati e infine rispediti al produttore affinché li possa riutilizzare. I vantaggi in termini di incentivo alla tutela ambientale sono notevoli: nei luoghi in cui si pratica il “reverse vending” è praticamente impossibile trovare una sola bottiglia di plastica, vetro o latta abbandonata per le strade o anche depositata nei cassonetti dell’immondizia.

Per onore di cronaca va detto che ciò avviene pure in alcune città italiane, come ad esempio Alessandria. Ma in tali città il sistema è adottato da consorzi di imprese e non dallo Stato, motivo per il quale l’impatto dal punto di vista della propaganda, dell’incentivazione e di conseguenza della diffusione è sensibilmente diverso. Senza considerare che il prodotto non viene restituito al produttore ma semplicemente differenziato, ragion per cui la somma guadagnata dal cittadino rispettoso dell’ambiente è alquanto esigua (si tratta di pochi centesimi di euro per un quintale di materiale differenziato, quando in Germania ogni singola bottiglia fa guadagnare circa 30 centesimi).

Non fraintendiamo però: anche in Italia lo smaltimento dei rifiuti è fonte di ricchezza. Anche nel nostro Paese la spazzatura ha un enorme valore economico. Soltanto che tale valore non consiste tanto nella potenzialità insita nel riutilizzo dei rifiuti, quanto nel corrispettivo che viene versato a chi se ne libera. In altre parole, in Italia la spazzatura non produce ricchezza nella misura in cui può essere riutilizzata e dunque per la ragione che essa rappresenta una materia da commercializzare, ma per il denaro pagato a chi la smaltisce. Insomma è un peso, non un capitale.

Ma soprattutto da noi, a differenza di quanto accade in Paesi come la Germania, la Svezia, la Danimarca (solo per citarne alcuni facenti parte, come il nostro, dell’UE), la ricchezza rappresentata dai rifiuti è a totale appannaggio delle organizzazioni criminali e chiaramente dei politici e delle autorità con esse collusi. Sono loro che fanno in modo che la situazione riguardante lo smaltimento dei rifiuti non progredisca e che non si diriga verso una soluzione definitiva, dal momento che questo significherebbe rinunciare ad un guadagno notevole e, quel che più conta, sicuro in quanto non soggetto a flessioni di alcun tipo (i rifiuti vengono prodotti sempre ed in modo costante, a prescindere da crisi finanziarie e politiche economiche). Clan e protettori collaborano nel seguente modo: da un lato i criminali gestiscono le discariche e smaltiscono materiale pericoloso attraverso il sotterramento e i roghi tossici, dall’altro i corrotti rendono la legislazione lacunosa, inadeguata e non rispettosa dei parametri comunitari, allentano i controlli e fanno in modo che i delinquenti rimangano impuniti. Così facendo danneggiano i cittadini due volte, la prima a causa della sottrazione di una cospicua ricchezza che potrebbe essere redistribuita tra tutti, la seconda poiché proprio per fare in modo che tale redistribuzione non avvenga, ricorrono a pratiche di smaltimento obsolete ed estremamente dannose per l’ambiente per la salute dei cittadini.

E’ evidente che qualcosa debba cambiare. Non possiamo più permetterci di restare al palo in un settore, come quello dello smaltimento dei rifiuti, tanto delicato e che tanti danni ha prodotto e continua a produrre alla nostra terra e a chi la abita. Fa male sapere che esiste la possibilità concreta di liberarsi da un problema, per giunta guadagnandoci, e poi rendersi conto che le cose non cambiano perché chi dovrebbe occuparsi dei nostri problemi ha interessi confliggenti col benessere della collettività.

Il presente è fuori che ci aspetta, appena oltre i confini nazionali: non ci resta che affacciarci alla finestra, guardare e constatare che l’erba del vicino, purtroppo, è veramente più verde.

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