Amiche da morire: un triangolo al femminile (poco) esplosivo

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Tre giovani donne di uno sperduto paese di pescatori siciliani, una diversa dall’altra e che non si sono molto simpatiche, restano invischiate in un circolo di omicidi e soldi rubati. Intenzionate a nascondere tutto e portarsi a casa un milione di euro, dovranno districarsi tra un’amicizia forzata che le porterà più volte all’esasperazione e a situazioni paradossali.

Giorgia Farina, vecchia conoscenza dei festival di tutto il mondo per i suoi interessanti cortometraggi, si mette dietro la macchina da presa per il suo primo lungometraggio, scrivendo la sceneggiatura a quattro mani con Fabio Bonifacci, autore già dietro al (tiepido) successo di Benvenuti al Nord o il recentissimo Benvenuto Presidente. Il risultato, se non è di pessima fattura, porta però ad amare considerazioni. Innanzitutto, però, i pro: intrigante il soggetto, che cerca di creare una sorta di siparietto della tradizione della commedia degli anni passati insieme a tanti piccoli personaggi pirandelliani, con risultati davvero convincenti e singolari.

In forma perfetta le tre attrici protagoniste e il resto del cast (di comparse) femminili: davanti a tutte Sabrina Impacciatore nella parte di una sfortunata (e scusate il gioco di parole) ragazza single (additata come la portaiella del paese), che, con eleganza, porta sullo schermo la sua personalissima megera, coadiuvata da una straordinaria Lucia Sardo nel ruolo della madre (probabilmente l’unica del cast ad essere sicula di nascita) a creare una strana e paesanotta famiglia attaccata alle tradizioni del Sud. Non sono da meno le altre due prime donne del film: Cristiana Capotondi, dà volto alla ragazza “acqua e sapone” di paese, orfana, innamoratissima di Rocco (Tommaso Ramenghi) e pazza di rabbia (e assassina) per amore; poi c’è Claudia Gerini, sensuale e intrigante, nel ruolo della prostituta del paese, perno della vicenda (non a caso è l’unica che parla il dialetto romano), che riuscirà, nonostante la sue “posizione”, a far cambiare vita alle due protagoniste: una, impacciat(ore)a con gli uomini, e l’altra, che fa della sua ingenuità il motore della sua esistenza. Bravi i comprimari principali: Marina Confalone, Antonella Attili, Corrado Fortuna (davvero esilarante) e Vinicio Marchioni nel ruolo del commissario di paese (che però non convince così come in 20 sigarette o la serie tv Romanzo Criminale).

Modestissime le altre comparse, come il povero Tommaso Ramenghi, che oltre a ostentare un fisico scultoreo e presenza in molte fiction nostrane, di carattere (e recitazione) dovrebbe tirarne fuori un po’ di più. Ma in effetti, ammettiamolo: Amiche da morire è un film che non vuole alzarsi al di sopra del tv movie (anche se lo sforzo produttivo è notevole), cercando di accontentare tutti, con le curve di lui/lei in bella mostra, le sequenze con “spari e ammazzatine”, le location da favola e l’omaggio al western (per i più cinefili). Un prodotto che fa riflettere amaramente sulla direzione che sta prendendo a vele spiegate la commedia italiana (con i pessimi precedenti di Il principe abusivo, Pazze di me e recenti), fatta di situazioni pseudo surreali, ambientata in contesti (iper)irreali dove (sic!) non c’è traccia di crisi, di problemi con le tasse o con le bollette, dove si vivono realtà ovattate e (semi) perfette, disturbate solo da eventi che, seppur nella loro crudeltà, vengono affrontate col sorriso sulle labbra e non fanno che far ripiombare il tutto in una situazione di (nuova/vecchia) normalità.

Una commedia dal sapore amaro Amiche da morire, dove a farla da padrone sono le donne, trasformate in burattinai spietati di uomini invischiati in tradizioni e passioni a cui difficilmente riescono a sfuggire. Regia ridotta all’essenziale, però con un buon ritmo, così come la fotografia di Maurizio Calvesi, per un prodotto che ha più di un punto azzeccato, come le litigate tra le protagoniste o la spassosa sequenza in cui, per far sparire il cadavere del marito di una delle protagoniste, le tre decidono di “tonnarlo” e metterlo tra le lattine da spedire alle famiglie italiane, come a dire: “Questo è la comicità italiana che dovete mangiare, anche se forse non ve ne accorgete”.

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