Popoli e riti funerari nella Campania protostorica

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L’Età del Ferro in Campania è caratterizzata  da diverse facies culturali, di cui quella Villanoviana è sicuramente quella che dà maggiore impulso all’organizzazione degli insediamenti in questo primo periodo.

I diversi aspetti culturali sono colti soprattutto dalle necropoli, configurandosi essenzialmente come delle  “facies funerarie”, così come le ha definite il professor Bruno D’Agostino. Solo di recente, dopo la scoperta di alcuni abitati, si è potuto far luce su alcuni aspetti di queste facies  prima oscuri. La facies Villanoviana[1], attestata nel nord della regione a Capua, a sud a Pontecagnano e a Sala Consilina, adottava quale rituale funerario l’incinerazione del defunto.

Essa  presentava due aspetti: Pontecagnano e Sala Consilina utilizzavano l’ossario biconico[2], mentre a Capua l’ossario biconico  è sostituito da una semplice olla[3] con coperchio per la raccolta delle ossa combuste, mentre il corredo funebre consisteva inizialmente (IX sec.a.C.) in vasi essenziali allo svolgersi del rituale funerario.

La diversità è stata messa in collegamento con due realtà villanoviane di riferimento geograficamente differenti: Capua deriva la sua facies dall’Etruria tiberina, dove alcune caratteristiche villanoviane, come l’ossario, appaiono attenuate come nella stessa Capua, mentre Pontecagnano fu maggiormente influenzata dall’Etruria marittima.

E’ evidente che il rapporto con i centri d’origine non era di dominazione: infatti la presenza dei gruppi villanoviani e poi degli Etruschi definiva una sfera d’ influenza economica, sociale e culturale su un territorio, più che un rapporto di colonizzazione (come avvenne invece per il mondo greco, a partire dall’VIII secolo in poi).

D’Agostino sostiene che “la colonizzazione etrusca fu in primo luogo un fenomeno di popolamento agricolo, e infatti essa si indirizzò verso le due aree tra le più fertili del territorio campano. Tuttavia i siti scelti per la fondazione degli insediamenti di Capua e di Pontecagnano erano situati in prossimità di fiumi (il Volturno e il Picentino) con buone possibilità di approdo…Sia Capua che Pontecagnano occupavano dunque posizioni favorevoli agli scambi e ai contatti marittimi e alla intermediazione con le popolazioni del retroterra.”[4]

Questo spiega la fortuna e l’opulenza degli abitati che corrispondevano ai siti funerari villanoviani individuati dalla ricerca archeologica, i quali mostrano presto inclinazione verso forme crescenti di stratificazione sociale: le sepolture raccontano l’emersione del ruolo guerriero per primo, testimonianza di una coabitazione non proprio pacifica degli abitati sul territorio più vasto, mentre il volgere del secolo VIII evidenzia una ulteriore differenziazione sociale.

Le tombe si aggregano intorno alla figura dell’adulto guerriero (l’ossario è ricoperto da un elmo e contornato da armi), la standardizzazione delle forme ceramiche, che si aggiunge alla precedente produzione metallurgica,  indica l’emersione di figure sociali dedite alla realizzazione delle stesse: si va sviluppando una divisione sociale del lavoro che necessariamente deve corrispondere ad un aumento della produzione agricola, accresciuta tanto da potersi permettere il mantenimento di maestranze specializzate.

In questa situazione gli Etruschi campani incontrano i Greci che, intorno alla prima metà dell’VIII secolo avanti Cristo costituiscono il loro emporio commerciale a Pitecusa (Ischia), forse memori di antichi insediamenti micenei nel Golfo di Napoli (Vivara), e intrattengono con questi pacifici e proficui scambi fino al VI secolo.

Altra importante facies,  preesistente sul territorio campano all’arrivo dei Greci, è quella indigena delle “Tombe a Fossa”, di cui si registra un aspetto costiero (Cuma, la pianura campana e la Valle del Sarno) e uno interno (Oliveto Citra/Cairano).

Caratteristica degli indigeni campani (o dovremmo dire dei Sarrasti?) era l’inumazione in ampie fosse scavate nella terra, ricoperte o foderate di ciottoli e un corredo funebre essenziale intorno al IX sec.a.C.

Da più parti si è sottolineato come i rapporti dei centri indigeni con le realtà Villanoviane provocarono processi di trasformazione interna al mondo indigeno, testimoniati dai cambiamenti intervenuti nel modo di autorappresentarsi degli indigeni nelle tombe.

Nella prima Età del Ferro le tombe erano molto semplici e i corredi “spartani” segnalavano una realtà sociale poco differenziata, basata anche qui su una cooperazione semplice, dove emergeva unicamente il ruolo difensivo, ricoperto dagli uomini, contrassegnato dal rasoio e dalle armi.

Per contro appaiono scarsamente caratterizzate le tombe femminili e infantili.

Successivamente, nel periodo Orientalizzante[5], i corredi funebri segnalano che è avvenuta  una divisione sociale del lavoro, la quale ha dato luogo ad una gerarchia dei ruoli e delle funzioni,  nel cui corso è emersa un’aristocrazia locale fatta da principi-guerrieri, come era già avvenuto per la facies villanoviana in precedenza.

Non è l’unica novità; in effetti emerge in questo periodo, e con estrema chiarezza, l’importante ruolo ricoperto da alcune donne all’interno di queste comunità: la sfarzosità di alcuni corredi personali (numerosi e ricchi oggetti personali), il numero elevato di oggetti in ceramica da impasto e importata (anche fino ad 80 manufatti presenti in una tomba femminile), gli oggetti chiaramente legati alla sfera del sacrificio (scure) e alla sfera della socialità più in generale (cratere da simposio tardo-geometrico, con fregio di uccelli, di importazione pitecusana), sottolineano non solo il grado di ricchezza posseduta dalla defunta, ma soprattutto l’importanza acquisita nel corso del tempo dalla figura femminile all’interno di queste comunità.

La donna “…riveste ora una funzione che non è legata solo all’ambito domestico (…) ma che la vede partecipe anche di quelle pratiche rituali svolte dalla parte più rappresentativa della struttura sociale.”6

Questo in linea con l’ambiente sociale villanoviano-etrusco e in discontinuità totale con l’ambiente greco, pur in riferimento a pratiche sociali mutuate chiaramente dai greci. La cosa dimostra come se di influenza sociale si deve parlare, questo è   sicuramente un fenomeno molto meno meccanico e più complesso di quanto comunemente si pensa e sicuramente non a senso unico.

In una tomba femminile di San Valentino Torio la presenza di un cratere da simposio, indica l’adesione ideologica al modello sociale del simposio greco, non accettato supinamente, ma rivisitato criticamente alla luce dei valori indigeni, evidentemente più egualitari. Questo, unitamente alla grande ricchezza dei corredi femminili, in cui compaiono ceramiche e oggetti “estranei” al mondo indigeno, d’importazione, ci fa capire che il mondo Sarrasto era molto più complesso di quello che si pensava inizialmente, con ruoli e figure ben definite e dalle molteplici sfaccettature. Fra queste figure, quelle femminili, riccamente abbigliate e dotate di oggetti “insoliti” (cratere da simposio, scure sacrificale) ci mostrano un mondo indigeno in mutamento, ma consapevole di quale direzione e valori assumere come propri.

Per niente indifferenti o inconsapevoli, come vedremo prossimamente.


[1] Cultura risalente all’Età del Ferro riconosciuta per la prima volta presso Villanova, in provincia di Bologna ad opera dello studioso  Gozzadini. Era caratterizzata da tombe a incinerazione, con i residui combusti raccolti in urne a forma di due tronchi di coni sovrapposti (urne cosiddette “biconiche”), affiancati da ceramiche decorata con motivi geometrici incisi o impressi.

[2] Contenitore ceramico a forma di due tronchi di coni sovrapposti l’uno all’altro.

[3] Contenitore ceramico di forma globulare, con apertura stretta.

[4] Bruno D’Agostino-Le genti della Campania Antica-in  “Italia, omnium terrarum alumna: la civiltà dei veneti, reti, liguri, celti, piceni, umbri, latini, campani e iapigi / Anna Maria Chieco Bianchi  et alii” Collana “Antica Madre”-Milano- 1988

[5] Il periodo orientalizzante (VIII/VII sec. a.C.) è caratterizzato dall’arrivo di prodotti di lusso dal Vicino Oriente antico in quantitativi ingentissimi. Ceramica finemente depurata e decorata, bronzi artistici, avorio e ambra utilizzati per la realizzazione di gioielli ed oggetti d’uso personale raffinati, vanno ad arricchire i corredi tombali di questi princeps, che esprimono in questo modo il grado d’influenza subita dai Greci e la volontà di ispirare la loro vita al lusso delle corti orientali.

6 Patrizia Gastaldi-Le necropoli protostoriche della Valle del Sarno:proposta per una suddivisione in fasi- in Annali del seminario di studi del mondo classico-sezione Archeologia e Storia Antica- Istituto Universitario Orientale- Napoli 1979

contenitori ceram. Valle Sarno


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