Noi siamo infinito: i dolori del (nuovo) giovane Werther

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Settembre 1991. Charlie, timido e introverso, è al suo primo giorno di liceo. Arriva da un’estate difficile: il suo migliore amico si è suicidato. Lui così è costretto a iniziare la nuova avventura scolastica senza conoscere nessuno, se non il suo insegnante di lettere, che lo invoglia alla scrittura. Incontrerà, ad una partita di football, l’irriverente Patrick e la sua sorellastra Sam, alunni dell’ultimo anno. Saranno loro, tra feste, sbornie, cassette e droghe, a “iniziarlo” alla vita “da liceo”, diventando i suoi migliori amici. E grazie a loro riuscirà finalmente a “vivere” e a tirare fuori il terribile segreto che si porta dietro.

Stavolta la distribuzione italiana ha fatto centro. Il titolo della pellicola, Noi siamo infinito, è molto più evocativo dell’originale The Perks of Being a Wallpaper, che tradotto significherebbe “i vantaggi di essere tappezzeria”, che in realtà si riferisce al modo con cui vengono additati gli adolescenti che, alle feste, si isolano e si mettono appoggiati ai muri da soli, come, appunto, “a fare da tappezzeria”. Mentre nei cinema la ressa sfiora la rissa per correre a vedere il nuovo film di Siani, spunta, sugli schermi e distribuito in ritardo mostruoso, questo piccolo gioiello cinematografico, finanziato, tra gli altri, da John Malkovich e tratto dal libro Ragazzo da parete.

Il film, segue lo stesso sviluppo del romanzo, diramandosi come una sorta di diario degli eventi che hanno segnato il protagonista durante il primo anno di liceo. L’operazione è resa alla perfezione grazie all’unione scrittore-regista. Stephen Chbosky fa tutto da solo: dopo aver scritto il libro, decide di scriverne la sceneggiatura e dirigere. Il risultato è un film quasi perfetto, che si muove sul confine del teenmovie, ma non ne sorpassa mai i limiti (nonostante li sfiori di continuo), non cade mai nei cliché; i personaggi di Chobsky sono giovani è vero, ma con dei problemi enormi: Charlie è schizofrenico (ha continue allucinazioni), Patrick è gay, Sam una ragazza che si sposta da una relazione amorosa all’altra.

La sceneggiatura è perfetta, creata per entrare in meccanismi forse talmente enormi che in realtà solo uno sguardo giovane e innocente può smontare (e affrontare). Attori in stato di grazia: Logan Lerman è Charlie, impacciato, tranquillo, innamorato dell’Arte e del primo amore, impersonato da Emma Watson/Sam. Dimenticatevi la “piccola” Hermione di Harry Potter, ora la Watson “è” una donna, fascino (e bravura) dalla testa ai piedi. Ezra Miller è il carismatico Patrick, uno dei punti di forza del film, l’anello da dove parte tutto l’ ”accettare” Charlie e il suo essere “diversamente” normale. Patrick ama davvero il suo uomo e Miller esce fuori dallo stereotipo del ruolo da omosessuale effeminato, aiutato non solo dalla sceneggiatura, ma da un’interpretazione sopra le righe.

Si crea così una sorta di inconciliabile triangolo empatico, che in realtà diventa un esagono: Patrick ha il suo uomo (che è in realtà il capitano della squadra di football), Sam è fidanzata con un fotografo molto più grande di lei che la tradisce di continuo, Charlie è fidanzato con il fantasma dei suoi ricordi (poi con un’amica di Sam, poi con Sam). Il rapporto a tre così esplode in mille pezzettini, ribaltando i ruoli: Charlie, da persona “da aiutare” diventa l’unico capace “di aiutare” gli altri. Stupenda la colonna sonora originale di Michael Brook e la scelta musicale di brani fantastici, che svolgono un ruolo prettamente narrativo: la stessa Aslepp degli Smiths, è come se si sentisse canticchiare per tutto il film, esplodendo poi nelle parole urlate della straordinaria Heroes di David Bowie. Non a caso è la canzone che apre e chiude il film: i ragazzi, a bordo di un’auto entrano in un tunnel, parte il brano alla radio, Sam si alza in piedi facendosi schiaffeggiare dal vento.

Nel finale ci sarà lo stesso tunnel, la stessa canzone, ma c’è Charlie in piedi. Metaforicamente i ragazzi (e soprattutto il protagonista) stanno entrando in un periodo buio: lui è al primo anno, loro all’ultimo. Tutti e tre ne usciranno vivi, col sorriso sulle labbra, perché si può “essere eroi anche per un giorno”. Uno dei film dell’anno.

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