La terra dei fuochi (parte seconda)

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Non tutto è fatto per bruciare. Sarebbe un errore credere che il problema della Terra dei Fuochi  siano solo i roghi, le fiamme, il fumo. Non tutta la spazzatura che passa per questo territorio diventa cenere tossica: soltanto una parte dei rifiuti che sono giunti e continuano a giungere clandestinamente in Campania vengono bruciati ogni giorno nei soliti posti. L’altra consistente parte, centinaia di tonnellate di merce cancerogena, viene sistematicamente smaltita in altro modo.

Ma in realtà, non sempre è possibile parlare di un vero e proprio smaltimento, almeno non in quel senso del termine che evoca la trasformazione della materia in qualcosa di diverso, poiché ciò che concretamente si verifica è uno stoccaggio, un deposito in piena regola di materiali pericolosi, rigorosamente tossici. D’altronde, è un fatto notorio la pratica del sotterramento dei rifiuti nelle campagne dell’agro aversano, come del resto nei serbatoi delle stazioni di servizio dismesse o in qualsiasi altro anfratto nascosto e idoneo a fungere da contenitore.

Era il 2011 quando nell’Hyppo Kampos Resort di Castel Volturno, un complesso residenziale tra i più grandi del meridione, furono rinvenuti, su segnalazione di un collaboratore di giustizia un tempo affiliato al clan dei casalesi, tonnellate di rifiuti tossici contenuti in sacche di juta. Si trovavano in un’area di circa cinquanta metri quadrati, sepolti in quella che era stata usata dal clan come discarica abusiva di rifiuti provenienti dal nord Italia e in particolare dalla provincia di Bergamo. Il danno d’immagine fu tremendo.

Quando invece si vuole smaltire nel senso del termine sopra indicato, si agisce con metodi non proprio sofisticati ma comunque terribilmente pericolosi. Sono numerose le testimonianze che raccontano dell’usanza di mescolare il materiale tossico (amianto, metalli pesanti) al bitume con il quale venivano e vengono ancora asfaltate le strade. Purtroppo, sarebbe stata diffusa in passato anche la pratica di amalgamare i rifiuti col cemento: questo è il modo in cui sarebbero stati costruiti numerosi edifici pubblici nella Terra dei Fuochi, le scuole in particolare. E’ così che gli uomini dei clan trattano i bambini, ricoprendoli di rifiuti tossici; è questo il rispetto che i corrotti dimostrano nei confronti delle generazioni future.

D’altra parte, la torta è gigante e da mangiare ce n’è per tutti: la consapevolezza di commettere uno attentato alla vita di persone innocenti non è paragonabile alla tentazione di mettere le mani su una cospicua quantità di denaro. Secondo stime di Legambiente, effettuate grazie alla collaborazione di magistrati impegnati nella lotta ai clan, il giro d’affari delle ecomafie nell’anno 2012, nel solo settore dello smaltimento illecito di rifiuti tossici, supererebbe i tre miliardi di euro. Manco a dirlo, la Regione maggiormente interessata da questo tipo di reati ambientali sarebbe proprio la Campania (in verità, visto che non si può parlare di cifre esatte, il triste primato sarebbe da condividere idealmente con la Calabria).

Parliamo di un banchetto enorme, al quale presumibilmente partecipano, mediante tangenti o altri tipi di favori, personaggi importanti e rappresentativi delle Istituzioni statali. Perciò, non c’è da stupirsi se nei tir, nei treni, nelle navi, in qualsiasi mezzo di trasporto arrivino in Campania tonnellate di rifiuti pericolosi: semplicemente, chi di dovere fa in modo che diventino “invisibili”. A chi in questa terra, di fatto, esercita il potere di condizionare la vita altrui, la ricchezza che quella spazzatura produce è ritenuta sufficiente a giustificare il sacrificio dei diritti fondamentali di migliaia di cittadini. 

Ma si tratta di un banchetto che ormai non è più segreto proprio perché viene consumato sulla pelle di migliaia di persone. I rifiuti sono ovunque: nell’aria, nell’acqua, nella terra e quindi nei piatti, sulle tavole delle cucine. Eppure, c’è chi riesce ancora far finta di niente. La Terra dei Fuochi, intanto, continua a bruciare.

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