Quello che so sull’amore: brividi agonistici da tv movie

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George, ex calciatore ritiratosi dal calcio giocato per via di un infortunio, vive nella miseria. La sua vita familiare inoltre non è delle più rosee: è divorziato da Stacie, amore della sua vita, che lo ha ripudiato per via di una vita scellerata. L’unico che sembra capirlo è il figlioletto Lewis, che stravede per il papà e passa con lui il tempo che il padre, tra ritardi e rinvii, riesce a dedicargli. La svolta arriva quando George decide di allenare la squadra di calcio dove gioca anche suo figlio: il nuovo allenatore attirerà le svariate attenzioni di molte mamme e l’occasione è ghiotta per l’ex calciatore di credere ancora in qualcosa. Ma il primo amore non si scorda (né muore) mai.

Rieccolo Gabriele Muccino, che si sposta tra America e Italia, ma sembra non trovare un luogo dove riesca a fare buon cinema, ma che riesce a mettere insieme un variegato (e costosissimo) set di attori di grande appeal. Sono loro, in effetti, che provano a rialzare il povero e misero soggetto (scritto da Muccino stesso) e la sceneggiatura, curata da Robbie Fox, che fa acqua dappertutto e che cade nel troppo prevedibile e scontato. Eppure gli spunti interessanti c’erano: il mondo della televisione vista da “dietro” (bella la sequenza del provino di George), in tutta la sua malvagia trascuratezza, la vita di un calciatore in declino e l’ “eroismo” di Muccino.

Già eroi: il regista, già con Alla ricerca della felicità e poi con Sette Anime, aveva avviato un discorso (buono nel primo, pessimo nel secondo, a caduta libera ora) sull’ “eroe” sociale del nuovo millennio. L’uomo che si pone in gioco, il perdente, colui che ha una “missione” da compiere; questi sono i nuovi eroi mucciniani: che sia cercare la fortuna, aiutare il prossimo (o l’amata), trovare un senso migliore alla propria vita, i protagonisti dei film di Muccino riescono sempre a riscattarsi, con o senza compromessi. Stavolta il regista cerca la via della commedia romantica, pennella un po’ di emozioni a forte impatto spettatoriale e il film è pronto per gli sponsor. Sono loro a farla da padrone sembra (oltre alla furbata di ambientare tutto nel mondo del calcio, vera religione del popolo italiano) con un product placamento da quasi denuncia.

Peccato che nemmeno gli attori siano in forma: Gerard Butler (che dovrebbe cercare di studiare di più e pomparsi di meno), protagonista, è deciso e serio, ma cede poi alle lusinghe del machismo,bella invece la performance di Dennis Quaid, che interpreta un losco impresario gelosissimo della moglie. Pessimi gli altri: Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones e Jessica Biel sono primedonne anonime, lanciate in questo calderone come piccole farfalle stereotipate in un piatto di minestra ribollita e poco invitante. Il tutto si risolve con le grazie di un tv movie, che presto vedremo trasmesso durante qualche calda e noiosa domenica pomeriggio.

Insomma, l’eroe di Muccino convince davvero poco, pochissimo, ma la pellicola scorre piacevolmente e senza intoppi, accompagnandoci verso il finale da lacrimuccia facile. Non per tutta la famiglia, ma per passare un bel pomeriggio e lasciarsi andare tra le braccia dell’ottimismo (italo)americano.

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