Posizione anomala del feto. La Campania al primo posto

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Nel 2010 nel nostro Paese ci sono stati circa 482 mila parti. Di questi, circa uno su tre era cesareo. Nel 7% è eseguito perché il feto era in “posizione anomala”. In alcune strutture, però, questa giustificazione è risultata particolarmente frequente, tanto da raggiungere valori superiori al 20% e in alcuni casi addirittura oltre il 50%.

Numeri sospetti. Avvalorati da una successiva rilevazione dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) che a inizio 2012 segnalava formalmente ad alcune Regioni (e per conoscenza al ministero della Salute) significativi problemi di validità delle Schede di dimissioni ospedaliere, relativamente proprio alle informazioni sui cesarei.

Il fenomeno interessava principalmente la Campania e, in misura minore, Lazio, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Le dimensioni facevano sospettare che ci fosse un’utilizzazione non corretta della diagnosi di posizione anomala del feto cosicché, partendo dalla segnalazione dell’Agenas, il ministero della Salute ha deciso di avviare un controllo a campione su tutto il territorio nazionale confrontando le cartelle cliniche con le Sdo relative ai parti cesarei. Per il periodo 2010.

Complessivamente sono state raccolte dai NAS 3.273 cartelle cliniche di 78 strutture pubbliche e private accreditate.

Quei cesarei sospetti – La settimana scorsa il Ministro della Salute ha finalmente presentato i dati dell’indagine. Si tratta di dati preliminari, ma non dovrebbero discostarsi significativamente da quelli definitivi. Quasi la metà (il 43% per l’esattezza) delle cartelle esaminate ha mostrato una «non corrispondenza» con le informazioni riportate nelle SDO. Numeri che dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno diffuso, seppure con gradazioni diverse, su tutto il territorio nazionale. Naturalmente non mancano le eccezione: Veneto, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e la Provincia autonoma di Trento hanno fatto registrare una non corrispondenza inferiore al 5%. Le ragioni della discordanza tra cartella e SDO sono le più varie. Spesso nella cartella non c’è sufficiente documentazione per poter confermare la diagnosi riportata nella seconda. Talvolta nella cartella non c’è assolutamente nulla, è vuota.

Cui prodest – Di fronte a questi numeri, il ministro della Salute ha ribadito che c’è una forte necessità che le Regioni «attivino il controllo di tutte le cartelle cliniche in presenza di primo parto cesareo con diagnosi di posizione anomala del feto, allo scopo di individuare eventuali comportamenti opportunistici nella codifica della diagnosi che motiva il ricorso al parto cesareo». Dietro il fenomeno potrebbe infatti non esserci semplicemente un errore di compilazione dei moduli. Tra il DRG (cioè il rimborso che viene fornito alla struttura) di un parto vaginale e quello di un cesareo, entrambi senza complicazioni, ci sono infatti più di 1.100 euro di differenza (1.318,64 euro il parto vaginale, 2.457,72 il cesareo). Il che fa dire al ministro Balduzzi che se verrà effettivamente dimostrato che il 43% dei parti cesarei per posizione anomala del feto è inappropriato «significherebbe per il sistema sanitario nazionale uno spreco di 80-85 milioni di euro l’anno».

Un segnale positivo, tuttavia, sembra esserci: la tendenza alla diminuzione del ricorso ai cesarei negli ultimi tre anni, tanto che, alla fine del 2012 si potrebbe rimanere sotto il 28%.

Intanto è stata annunciata una nuova indagine sui cesarei sospetti, stavolta sulle diagnosi di distress fetale.

A parziale giustifica di quanto avviene v’è da dire che il mondo della Ginecologia italiana è fortemente traumatizzato dall’enorme incremento di contenzioso dovuto da pazienti rimasti scontenti o francamente colpiti da malpractice. Oramai il costo delle assicurazioni professionali è arrivato a cifre astronomiche ed hanno chiesto da tempo una modifica degli elementi giuridici che consentono ai pazienti di agire nei loro confronti. Modifica che il Parlamento non ha ancora concesso né si sa quando avverrà. C’è da dire che il mestiere dell’Ostetrico non è così semplice, la tecnologia non sempre aiuta, e, per quanti passi si siano fatti nell’approfondimenti certi fenomeni come la “sofferenza perinatale” sono ancora molto difficili da individuare in tempo e con provvedimenti efficaci.

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