Panico: parliamone senza paure…

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La descrizione di un attacco di panico da parte di un paziente di ogni età, segue un modello costante: “Mi sento morire…mi manca l’aria…il cuore batte all’impazzata…ho paura di perdere il controllo…chi non l’ha provato non può capire quanto si soffra”. L’attacco di panico è uno stato intenso di ansia che comporta un’attivazione fisiologica e cognitiva che si esprime fondamentalmente in una serie di pensieri catastrofici cioè paura di morire, paura di impazzire, di svenire, di perdere il controllo di se stessi in previsione di un pericolo futuro. Mentre si ha “paura” se passeggiando in un bosco, incontro un branco di cani randagi che ringhiano. Invece, se mi trovo nello stesso bosco e inizio a pensare e a temere di poter incontrare dei cani aggressivi, in questo caso la persona prova “ansia”, cioè il pericolo non è reale ma è interno.

Chi ne soffre, ritiene responsabile il luogo e le condizioni in cui si verifica: “ero in macchina, da allora ho paura di guidare …ho bevuto un bicchiere di acqua fredda,  si è bloccata la digestione e sono andata al pronto soccorso ma non avevo nulla, mi hanno fatto una puntura di Valium, da allora  bevo solo acqua tiepida anche se  ogni volta mi sale l’ansia”.

Le condizioni possono essere molto diverse tra loro, anche se spesso l’attacco di panico si manifesta quando il paziente si sente costretto in una certa situazione come un mezzo di trasporto, la metropolitana, l’aereo, la macchina, o situazioni che sembrano costringere in una posizione senza via di uscita come il cinema, un ingorgo o, al contrario, in ambienti aperti in cui ci si sente senza punti di riferimento. In alcuni casi il primo episodio, si presenta realmente in situazioni di pericolo per la vita del paziente: gravi incidenti, perdita di una persona cara, crisi post-partum, assunzioni di droghe o conseguenze di patologie dismetaboliche o per  disendocrinie.

Purtroppo, anche quando queste cause fisiche sottostanti vengono risolte, spesso gli attacchi di panico si ripresentano. Per il paziente, l’associazione dell’attacco di panico con l’ambiente in cui si manifesta, diventa quasi un fatto magico. Infatti, evitando il luogo o la situazione in cui si è sentito male, egli cerca di controllare e di allontanare la paura della paura: “ se evito di guidare, non mi accadrà nulla!”

E’ lo stesso meccanismo della superstizione quando si attribuisce ad un numero, ad un colore, un’influenza negativa. Il vantaggio “a breve termine ma illusorio” è che evitando la situazione, si allontana la sfortuna.

Il problema più significativo è che inizia a delinearsi una progressiva limitazione del proprio spazio vitale e relazionale al fine di evitare l’”ansia anticipatoria” cioè il timore che il proprio malessere si possa ripresentare in qualsiasi momento e contesto.

Gli attacchi di panico fanno sentire la persona molto male, sono emotivamente debilitanti. Molto spesso coloro che subiscono il primo attacco di panico, corrono in ospedale perché credono si tratti di un infarto, e, quando scoprono che a livello fisico non c’è alcun problema, si sentono molto frustrati perché non riescono a capire cosa sia successo loro. I sintomi dell’attacco di panico sono molto reali, e quest’esperienza può essere davvero traumatica. Alla base del problema c’è il continuo ripetersi: “quando mi accadrà di nuovo?”
Tutto diventa difficile, l’ansia diventa compagna di vita e talvolta si arriva ad imboccare strade che non si vorrebbero mai percorrere: la cura psichiatrica “farmacologica” e la sofferenza psichica.

Un incubo emotivo in cui ci si sente minacciati da paure interne non consapevoli, infatti spesso la diagnosi prevede la presenza di “agorafobia” cioè uno stato d’ansia e di paura di trovarsi in una situazione in cui sarebbe difficile o imbarazzante sottrarsi o in cui non potrebbe essere disponibile alcun aiuto per fronteggiare l’attacco di panico. In altri casi si fugge, così come gli animali che per istinto cercano di scappare dal loro predatore. Questa voglia di fuga si manifesta con un aumento di adrenalina, accompagnato all’ansia e al panico; il flusso di adrenalina e il conseguente aumento della pressione sanguigna, aumentano la consapevolezza del pericolo.

La percezione del pericolo però può essere talmente elevata da provocare: vertigini, nausea, iperventilazione, confusione, mancanza di controllo, agitazione, tremore.

L’assunto è che con le tecniche adeguate non c’è bisogno di percorsi molto lunghi e costosi. Solitamente, la maggior parte dei risultati avvengono in tempi relativamente brevi. L’intervento viene costruito su misura dell’individuo, all’interno di un setting che si prende cura dell’individuo visto come soggetto, non come contenitore di sintomi.

Vale la pena far notare che, sebbene possa essere necessario assumere dei farmaci, la loro prescrizione troppo frettolosa, soprattutto in assenza di un sostegno psicologico può essere dannosa.

La terapia per gli attacchi di panico può essere vista come la preparazione fisica di un calciatore che si è precedentemente infortunato e che il proprio allenatore si dedica alla sua riabilitazione in vista del suo rientro in campo. Il calciatore, a causa del suo infortunio, non è in grado di funzionare come prima, così la persona che soffre di attacchi di panico ha delle limitazioni nella sua vita lavorativa, sociale, personale. Diciamo che torna a bordo campo con il gesso ad una gamba per vedere gli altri giocare. Per continuare questa metafora, immaginiamo che il calciatore in questione non sappia che il suo infortunio possa essere guarito o che non sappia come fare. Più il calciatore infortunato continua a portare il gesso e a stare seduto immobile, più i movimenti apportano dolore, con i muscoli che non attivi iniziano ad indebolirsi e non sanno che dovrebbero fare fisioterapia…

Lo psicologo, come l’allenatore della metafora, se vede il calciatore particolarmente motivato, può decidere di prepararlo per una partita importante. La terapia per la persona che soffre di attacchi di panico segue il modello della riabilitazione dopo un incidente, piccoli passi da effettuare con lo giusto spirito di riprendersi in mano le redini della propria vita e tornare a correre sereno tra i sentieri precedentemente abbandonati.

La psicoterapia funziona come uno scongelamento che porta a galla esperienze originarie dalle quali emozioni, sensazioni si sono riattualizzate in uno stato d’ansia e si lavora rispetto al passato con strumenti cognitivi più maturi e forti e insieme si costruiscono importanti risorse. Questo è il senso profondo della rielaborazione, che ci aiuta a comprendere che l’ansia non è un’emozione catastrofica e che più la conosciamo ed accettiamo, minore sarà il livello di ansia e migliore sarà la qualità della nostra vita.

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