La memoria storica è il cemento ideale di ogni comunità

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Passato e presente sono legati a doppio filo o, che dir si voglia, sono facce di una stessa medaglia, il tempo, che c’è dato di conoscere in momenti differenti. Talvolta l’uno rimanda all’altro, in un eterno gioco di specchi e di fili: districarli è quasi impossibile. Ciò che è stato non è accaduto definitivamente, semplicemente “passato”, ma continua a condizionare ciò che deve ancora essere.

Accade così per alcuni avvenimenti del passato, che appaiono intrecciati indissolubilmente agli avvenimenti del presente, come in un affascinante arazzo del tempo le cui figure principali e i cui chiaroscuri sono ancora tutti da definire.

Gli autori classici parlavano di popoli Sarrasti per indicare gli antichi abitatori di quella parte di pianura campana compresa fra i Picentini, i Lattari, il fiume Sarno, il complesso vulcanico Somma-Vesuvio e il Mar Tirreno. Virgilio[1], Silio Italico[2], Servio[3], Strabone[4], sostenevano che genti della stessa etnia l’avevano abitata, denominandosi a partire da un potente elemento della sua natura: il Sarno, per il passato fiume della vita e della storia, oggi fiume di dolori e di rimpianti. Altri autori dell’antichità, invece, parlavano di Ausoni[5], Opici e Osci. Studiosi di oggi[6] ritengono che i Sarrasti abbiano occupato una parte cospicua del territorio campano che va da Cuma alla Penisola Sorrentina, passando per l’intera pianura del Sarno, mentre l’areale linguistico proto-italico, poi divenuto l’osco di epoca storica (lingua che parlavano queste, ma anche altre popolazioni dell’epoca), è ancora più vasto.

Queste popolazioni, spinte dalla necessità di trovare una nuova collocazione in una terra più accogliente, si sarebbero quindi spostate intorno all’ età del Bronzo, così come accade oggi ai tanti migranti di altre civiltà (eh sì, la storia si ripete continuamente!). Questi gruppi umani, caratterizzati inizialmente da elementi maschili, arrivati da un imprecisato “fuori”, non potevano abitare un territorio in maniera autonoma e autarchica, ma dovevano necessariamente integrarsi on le popolazioni già presenti sul posto, sia per la necessità dell’elemento femminile che per il bisogno di scambi e rapporti commerciali.

Quello che riferisce Servio non è strano: processi di circolazione di persone e di merci erano molto avanzati già prima dell’età del Bronzo, cui probabilmente si riferisce la citazione dell’autore.  Se fossero stati i mitici Pelasgi o, invece, genti provenienti da luoghi meno “esotici” è difficile dire. Comunque si sia svolta la vicenda storica dell’insediamento iniziale di Longola, un inizio deve esserci stato, un momento in cui un gruppo di persone ha dato origine al primo nucleo del Villaggio dei Sarrasti, scegliendo il primo luogo da occupare, in un tempo da noi molto lontano.

Questo popolo era stato quasi del tutto dimenticato per un lungo periodo, tanto che sembrava esistere solo negli scritti degli autori dell’antichità, ormai completamente spariti dalla rappresentazione storica collettiva come Sarrasti. Sono ricomparsi poi a più riprese, in momenti diversi, dagli scavi e dalle rilevazioni di diversi studiosi a Pompei, a Nocera, in Penisola Sorrentina, a Longola. Li troviamo lungo il corso del fiume Sarno e altrove nella Piana, sui vicini rilievi e alle falde del Vesuvio, sicuramente per vari millenni.

L’archeologia e la storia delle scoperte nell’ultimo secolo ci aiutano a capire tanti aspetti della loro vita materiale, per esempio la tipologia di questo insediamento che ha causato meraviglia e stupore per la bellezza: agli occhi di un ipotetico osservatore si sarebbe presentato un paesaggio dai colori cangianti, in cui il verde era prevalente, con un abitato caratterizzato da un intelligente intervento di ingegneria naturalistica su una bassa laguna collegata al corso del fiume. La stessa tipologia insediativa si è conservata fino ai nostri giorni in paesi arabi o africani (vedi l’insediamento iracheno di Marsh Arab, ma anche villaggi africani come Ganviè, nelle foto).

Da considerare che l’estensione del sito relativo al Villaggio di Longola era notevole, il professor Peroni aveva parlato di “centro protourbano”, una città prima che nascessero “ufficialmente, infatti si ritrovano tracce dell’abitato non solo sullo spazio destinato all’ex depuratore ma anche su estese aree circostanti[7].

Il territorio era stato antropizzato attraverso imponenti lavori di canalizzazione delle acque lagunari secondo un reticolo più o meno ortogonale di canali, i cui argini erano realizzati con il legno delle vicine foreste. Gli isolotti erano ricavati infiggendo pali di quercia verticalmente sul fondo della laguna e riempiendo lo spazio poco profondo così ricavato con materiali vari; sugli isolotti capanne, recinti per animali domesticati di recente: capre, pecore, maiali, buoi. Le imbarcazioni e la darsena testimoniano il sistema di trasporto in uso nel Villaggio, il rapporto stretto con l’acqua, straordinaria superficie di trasporto e di scambi (nonchè l’esistenza del toponimo “porto” conservatasi fino a noi).

Il villaggio aveva ampiamente superato lo stadio dell’autosufficienza e grazie al surplus alimentare prodotto poteva sostenere gli artigiani che si dedicavano all’artigianato e alla produzione di oggetti preziosi, destinati esclusivamente al commercio con i popoli limitrofi. Le attività principali erano sicuramente quelle di sussistenza, attraverso le quali i Sarrasti provvedevano alla soddisfazione dei bisogni primari: infatti l’agricoltura, la raccolta di frutti spontanei, l’allevamento, la caccia, la pesca, la lavorazione dei prodotti alimentari, sono attestati da migliaia di reperti.

Ma attività artigianali, valutate di una imponente consistenza dai residui di lavorazione e da numerosi altri indizi, davano luogo alla produzione di gioielli in ambra ed altri materiali preziosi, attrezzi da lavoro o armi.  Un livello della vita del Villaggio molto interessante è la sfera del sacro, i culti a cui si dedicavano gli abitanti, testimoniati da vasi e figurine plastiche di uso cultuale. Potrebbe confermare la posizione e il ruolo di prestigio di alcune donne sarraste, già segnalato dalle tombe.  Dagli oggetti di importazione restituiti dal sito, ambra, ossidiana, ceramica prodotta in posti geograficamente lontani, si deduce che i Sarrasti erano inseriti in una vasta rete di scambi di portata “internazionale”.

Ma qual era il sistema di valori e di credenze di questo popolo? Quale l’organizzazione politica? Quali i rapporti politici con i popoli limitrofi e quelli distanti?  Quale la lingua parlata? Gli interrogativi che solleva la scoperta sono molto più di quelli che risolve. Appassionanti proprio perché un popolo che non usa la scrittura rischia di sparire completamente dalla storia, se la sua memoria non è accuratamente coltivata dai discendenti. Parafrasando il giornalista Ludovico Magrini, fondatore dei Gruppi Archeologici d’Italia, potremmo dire che è proprio vero: “il cemento ideale di una comunità” è fatto dalla sua storia e “dalla capacità che abbiamo di preservarla ed accrescerla”.


[1] Publio Virgilio Marone – Eneide- (VII, 733-743)

[2] Silio Italico -Punica- libro (VIII, 532-537)

[3] Marco Onorato Servio –Ad Eneida- (VII, 738)

[4] Strabone –Geografia- (V, 246-247)

[5]La questione del più antico popolamento della Campania è ancora oggi controversa, le fonti antiche al proposito non sono concordi. Antioco di Siracusa afferma che questa regione fu popolata dagli Opici, detti anche Ausoni. Polibio invece distingue due popoli, quando afferma che gli Opici e gli Ausoni abitavano il paese intorno al Cratere.  Tucidide, invece, riferisce che” la colonia greca di Cuma si trova in Opicia”, il territorio archeologicamente caratterizzato dalla Cultura delle Tombe a Fossa, mentre Strabone riporta un più consistente elenco di popoli:Opici, Ausoni, Osci, Tirreni, Sanniti, Romani, riferendosi a tempi e periodi diversi.

[6] Nello specifico vedi C.A. Livadie “La Campania media e la Penisola Sorrentina nell’Età dei Metalli: alcune situazioni a confronto” in Atti del Convegno: “ Sorrento e la Penisola Sorrentina tra Italici, Etruschi e Greci nel contesto della Campania Antica”- Giornata di studio in onore di PAOLA ZANCANI MONTUORO a vent’anni dalla sua scomparsa, 19 maggio 2007 Sorrento. Sul popolamento della Campania antica vedi anche, fra i tanti autori, E. M. De Juliis – Magna Grecia: l’Italia meridionale dalle origini leggendarie alla conquista Romana- Edipuglia 1996, e Luca Cerchiai –Gli antichi popoli della Campania. Archeologia e storia-Editore Carrocci,2010.

[7] Vedi S.D’Angelo-La Sarno protourbana e perifluviale dei Sarrasti- 2004 – Edisud Salerno

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