Cloud Atlas: scordatevi i fratelli di Matrix (o forse no?)

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Sparare su Cloud Atlas, nuova regia dei Wachowski brothers (Andy e Lana), sembrerebbe missione facile. Attesissima e costosissima, la nuova pellicola dei creatori della trilogia di Matrix, è tratta dal noto bestseller L’atlante delle nuvole di David Mitchell e narra le vicende, sparse in diverse epoche temporali, di diversi personaggi, accomunati (probabilmente), dallo stesso e (ripetitivo) corredo genetico, segnalato da una “voglia” a forma di “cometa” sul corpo dei protagonisti.

Trattare la trama del film, così come quella del romanzo, porterebbe via fin troppo spazio: basti segnalare che le vicende che si intrecciano sono 5 e mezzo, considerando che una, fa solo da introduzione e conclusione della pellicola. Come si diceva, criticare Cloud Atlas non sembra così difficile. Sembra. Metteteci, invece,  la sceneggiatura, che va su e giù come un ottovolante e ottimizzata dal montaggio di Alexander Berner, tra mix di fantasy, cyberpunk, fantascienza, anime e commedia classica hollywoodiana.

Metteteci affascinanti effetti visivi, soprattutto nella parte della Seoul del futuro e dell’era Post Caduta, forse fin troppo carichi di luce (e il contrario), decisamente poco indagati e troppo macchinosi, che tentano di dare visionarietà, purtroppo davvero minimamente (colpa forse dell’abitudine visiva dello spettatore moderno, ormai saturo di immagini iperdigitali), alla regia dei Wachowski e di Tom Tykwer (voluto probabilmente dalla mega produzione tedesca), che non solo dirige film, ma ne scrive buona parte e firma l’ottima colonna sonora (che è una sorta di filo rosso metaforico/musicale), altro punto positivo della pellicola.

Mettiamoci, poi, rimandi continui alle pellicole che hanno fatto la fortuna dei Wachowski, la trilogia di Matrix e Speed Racer su tutte, con un ben congeniato frullato di filosofia new age, inseguimenti alla Star Wars, un (simil)eroe Jim Sturgess (nell’episodio di Seoul) che ha le stesse movenze (fisiche e non) di Neo. Solo che in Cloud Atlas, l’eletto, stavolta, è una donna (rimando, forse, all’operazione che ha reso Lana, da un “lui” a una “lei”), una schiava di un particolare processo di distruzione di massa, che autoriproduce e si nutre di corpi (altro richiamo a Matrix).

Interessante l’esperimento degli attori che nel tempo cambiano ruolo, volto, azioni, missioni: si ci può divertire a cercare sul web gli alberi genealogici di ciascun personaggio,  ma ben presto ci arrenderemmo all’evidenza, lasciando al “caso” (come quando le nuvole si formano e si distruggono, per buona pace dei credenti del Destino) i collegamenti tra i personaggi. Attori, tra l’altro, fuori forma: su tutti Tom Hanks, Halle Berry e Susan Sarandon (e qui la domanda: come mai dei trucchi così “finti”, quando si ha in mano la possibilità di modificare i volti con la computer grafica?), mentre ancora una volta straordinario uno degli attori feticcio dei Wachowshi, Hugo Weaving, che interpreta in maniera straordinaria ben 6 personaggi, mentre si rivela una sorpresa l’amato Hugh Grant, qui in uno dei suoi rari ruoli da “cattivo”: chi è abituato a vederlo nei panni del belloccio imbambolato di turno che fa innamorare donne a destra e manca, si troverà a cambiare idea.

Insomma un film fin troppo pretenzioso, nonostante gli sforzi produttivi, le star, la computer grafica e i riferimenti, fin troppo evidenti, alla odierna rivoluzione sociale che serpeggia in tutto il globo, alla tragedia dell’Olocausto (i corpi delle donne vengono bruciati per farne sapone), alla problematica dell’omosessualità, alla critica/ovazione dei mitici anni ‘70. Risollevato, però, da interessanti sequenze (meta)filosofiche: la migliore su tutte quella in cui il pianista e il suon amante si ritrovano in una stanza piena di porcellane e iniziano a sfasciarle (ancora Matrix, ancora il bullet-time) e da riusciti quadretti comici, come la fuga di Timothy Cavendisch/Jim Broadbent dall’ospizio insieme a tre compagni di sventura.

Sparare addosso a questo film è inutile, è già un cadavere che tenta, per 164 minuti, di rianimarsi a suon di tentati accostamenti narrativi. Matrix, forse, è stato davvero quell’elemento irripetibile che difficilmente tornerà sui nostri schermi.

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