Ancora un viaggio nella terra dei sarrastri

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La rubrica che si apre quest’oggi su “Il Fatto Vesuviano” vuole essere una finestra di riflessione, di ricerca-azione e, perché no?, di dialogo per definire il territorio nel quale viviamo insieme a soggetti che si trovano ad abitarlo da “protagonisti attivi”. Il riferimento poetico leopardiano del titolo non è peregrino, né casuale. Il gioco di parole vuole in qualche modo tentare di opporre una visione personale a quello che molto efficacemente Marshall Mc Luhan[1] qualche anno fa definì “villaggio globale” per descrivere quel processo di comunicazione potenziata delle relazioni umane, che risulta dall’interazione con i mezzi sempre più potenti e pervasivi delle attuali comunicazioni di massa.

Tale processo, positivissimo quando ha per risultato l’allargamento dell’orizzonte culturale e sociale di ciascuno, è nefasto quando omogeneizza[2] le culture e le tradizioni di tutti, in un insieme indistinto, decontestualizzato e spersonalizzato che qualcuno pretende essere universale. Ma le culture non sono di per sé universali, anzi sono le cose più particolari che possano esistere, essendo il risultato dell’adattamento umano all’habitat naturale. Parlare di villaggi, quindi, in luogo di villaggio mi sembra più opportuno, dovendo riferirci  nella rubrica a diverse specificità territoriali.

Il paesaggio[3] relativo a tali specificità,  poi, con le sue caratterizzazioni culturali, è il complesso risultato di interazioni millenarie fra esseri umani ed elementi spazial-naturalistici, quindi del tutto locali, particolari. I modi tradizionali di vita che lo hanno prodotto, la cura di quel territorio nel tempo, i valori, i tempi, le storie delle persone, le reti di relazioni costruite vanno ri-conosciute e valorizzate, recuperandone per intero la funzionalità in un mondo che, occupato a rincorrere il mito dello sviluppo, ha smarrito il senso vero dello stare al mondo e del costruire significati e sensi condivisi.

Il risultato di una tale ”amnesia” dei luoghi,  dei valori e delle relazioni sociali connessi a quegli stessi luoghi prodotta dalla rincorsa allo sviluppo è sotto i nostri occhi: degrado  territoriale e sfacelo sociale, con paurose significative interconnessioni dei due fenomeni. Non possiamo più ignorare che oggi il concetto stesso di sviluppo, così come lo abbiamo conosciuto nei decenni passati, è in crisi, si parla degli effetti devastanti dello sviluppo sull’ambiente, sui territori, sulle reti di relazioni e si fa avanti il concetto contrario di “decrescita”: produrre meno (inutili) merci, inquinare di meno, riciclare e riutilizzare di più, in un mondo che sempre più scopre drammaticamente la limitatezza delle risorse e l’urgenza di invertire la rotta della corsa allo “sviluppo” a tutti i costi e per tutti.

Si fa avanti l’idea che la misura del PIL di uno stato non è tout-court  la misura del benessere, che si può vivere meglio solo riqualificando l’ambiente, costruendo relazioni  più calde e rassicuranti, di “cura” fra i soggetti di una comunità, che si riconosca nel proprio paesaggio naturalistico e culturale, con le proprie tradizioni ed espressioni culturali ed artistiche peculiari e non omologate.

Con grande lucidità Franco Cassano[4] evidenzia come sia cresciuta “la critica dell’accelerazione dell’esperienza come caratteristica fondamentale della modernità. Il sud è portatore di un’idea più lenta del mondo e, in genere, i cultori della velocità pensano che la lentezza sia sinonimo di arretratezza, del possesso di una dimensione culturale ancora imperfetta. La lentezza è invece un punto di vista sul mondo, una forma di vita che custodisce delle esperienze che, con la velocizzazione crescente della vita, scompaiono”. 

E, soprattutto, “Il sud non è solo un non ancora nord, una patologia infinita dalla quale bisogna guarire per diventare finalmente civili e degni del dono della parola. Il sud è molte cose, il sud è sicuramente una terra piagata, con molti problemi, però è anche una prospettiva diversa”.

Quindi, coerentemente con la nostra caratteristica, profonda capacità di pensiero[5], perché non fermarsi a riflettere, puntare a modificare le dinamiche economiche, riprenderne il controllo, smettere di rincorrere un improbabile sviluppo, ma muoversi, invece, nella direzione della riqualificazione dell’esistente? Per farlo occorre riconoscere gli elementi distintivi di uno specifico territorio,  ricercare la stratificazione storico-culturale-paesaggistica locale, le logiche e i percorsi costitutivi, per comprendere non solo l’identità e la vocazione vera, ma anche per contribuire a costruire percorsi di intervento pianificatori idonei alla riqualificazione ambientale, alla rinaturalizzazione, al recupero e alla valorizzazione dei nostri territori, perché radicati nelle caratteristiche specifiche.

Inoltre, poiché un territorio è fatto soprattutto da persone e reti di relazioni, occorre fare in modo da coinvolgere le stesse in un progetto globale che le preveda e le integri, per costruire una nuova consapevolezza generale e innescare meccanismi virtuosi di partecipazione, di scambio e di integrazione fra le varie parti del tutto.

Il paesaggio vesuviano-sarnese, teatro dell’attualità ma anche della storia, è il soggetto dell’indagine in itinere che si intende proporre inizialmente a cadenza quindicinale, che si prospetta complesso come le contraddizioni oppositive di cui si sostanzia e vive: acqua (nello specifico il fiume Sarno, col corollario del suo bacino imbrifero e del suo recapito finale, il Mar Tirreno) e  fuoco (il Vulcano più famoso del mondo, lo sterminator Vesevo ancora una volta di leopardiana memoria.). Non è per fare l’ennesimo panegirico vuoto di un territorio tanto stupendo quanto problematico, decadente perché chi lo abita o lo amministra è impegnato più a vederne le problematicità che le potenzialità, ma piuttosto è per ri-scoprirne caratteristiche e positività, senza ignorarne le criticità.

Introdurre il tema del viaggio in un territorio siffatto ha, infatti,  il senso della ri-scoperta di luoghi trascurati, sottovalutati o addirittura misconosciuti dai suoi stessi abitanti. Infatti se è stato possibile inquinare, offendere, violare l’identità e la memoria di questi luoghi è perché non tutte le persone che vivono qui ne conoscono le bellezze peculiari e le risorse copiose, e ben poche  sono convinte delle opportunità offerte da  questi luoghi. La perdita della memoria storica, dell’orgoglio delle proprie origini produce spaesamento e indifferenza nella gente, presupposti questi necessari per l’emergere di un profondo senso di distacco che qui esiste e si allarga sempre di più.

Ri-conoscere i consueti luoghi di vita, ri-guardarli con nuova attenzione per ri-scoprire i segni dell’antica, autentica bellezza, ri-negoziare i termini della pianificazione generale, ri-appassionandosi alla propria terra, ri-discutendo l’allocazione di risorse e investimenti, vuol dire puntare sul futuro, individuando  le nuove direttrici di interventi possibili. Ora più che mai è importante rendersi conto che “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”[6] in primo luogo per le proprie.


[1] Studioso canadese, profondo conoscitore delle comunicazioni di massa, coniò l’espressione “villaggio globale”. Con questo ossimoro McLuhan vuole testimoniare la riduzione delle distanze creata dai mezzi di comunicazione di massa, che ha avvicinato persone e culture lontane tra loro, ricomprendendole, appunto, in un unico “villaggio”, secondo la teoria esposta nell’omonimo libro del 1968. (Enciclopedia Treccani.it)

[2] Troviamo testimonianza della citata omogeinizzazione nelle incredibili trasposizioni di costumi e tradizioni disparati  (halloween, babbo natale, etc.), le quali una volta tolte al contesto culturale originario che le aveva prodotte e nel quale trovavano senso e pregnanza, divengono addirittura caricaturali (ho negli occhi la visione di quei tristi “figuri” che si arrampicano sui balconi abbigliati da “babbo natale” statunitense).

[3] In pieno accordo con Francesco Bevilacqua (giornalista e scrittore naturalista, delegato del WWF Calabria)  possiamo definire il paesaggio come il “frutto del convergere di più cose: il territorio inteso come spazio fisico, biologico ed ecologico; gli accadimenti che su quel territorio avvengono nella storia; la percezione che di tutto ciò abbiamo come osservatori.”

[4]Insegna Sociologia della conoscenza all’Università di Bari, dove presiede l’associazione di cittadinanza attiva “Città plurale”;  ha impresso una svolta decisiva al dibattito sul Meridione con il suo  “Il pensiero Meridiano”, che ha capovolto le prospettive di pensiero meridionalista .

[5] Notoriamente la filosofia è nata in Grecia e nelle colonie della Magna Grecia si fronteggiavano diverse, importanti scuole di pensiero.

[6] Marcel Proust

valle sarno vista da Lettere


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